Foto ricordo

marianna 10 anni

Una foto sbiadita come la memoria di quegli anni. Eppure guardandola lo sguardo si abbassa e vedo come fosse oggi i miei piccoli piedi abbronzati che camminano sulle alghe soffici, e le onde del mare che me li bagnano dopo ogni risacca. Quelli erano i baci del mare e ricordo che sorridevo e lo ringraziavo. Allora, il mare era il mio miglior amico, il mio confidente. Sedevo su uno scoglio e gli raccontavo il mio futuro. Lui ascoltava in un silenzio acquoso e ogni tanto rideva ed erano schizzi d’acqua freddi improvvisi da togliermi il fiato, e allora, tutta bagnata, mi immergevo nel suo sorriso e ridevamo insieme.

Una Bella Notizia

Con il mio saggio “Il Canto dell’arcobaleno” ho partecipato al festival letterario BuKitaly che durava dal 20 al 29 giugno 2020 . Ebbene 🙂 finito il festival ho ricevuto questa mail : “BUONGIORNO, VI INFORMIAMO CHE IN BASE ALLA CLASSIFICA SOCIAL DELL’EVENTO LETTERARIO BUKITALY 2020, AVETE OTTENUTO IL PASS PER LA FINALE DELL’EVENTO LETTERARIO PREVISTO ALLA FIERA DELL’ORTO BOTANICO DI ROMA ” . 🙂 Felice!

Qui sotto uno dei video che avevo preparato per il festival, che si è tenuto ovviamente (uff) in versione online! Nel video parlo della prefazione, sapete già chi l’ha scritta?

Gli altri video li trovate nella mia pagina you tube!!

L’Apprendista

Zitto io, mi sto zitto, non sono affari miei, pensa Tilio mentre conta le candele, le poggia una vicina all’altra, finisce la prima riga, tra sé ripete non sono affari miei”. Inizia così “L’apprendista”, ultimo romanzo, edito da Sem, di Gian Mario Villalta, poeta, scrittore, insegnante e direttore artistico di pordenonelegge.it, che con questo romanzo è tra i 12 finalisti al Premio Strega 2020.

Marianna e l'apprendista

I personaggi Fredi e Tilio

Tilio è un uomo di 72 anni ed è lui l’apprendista. Apprendista sacrestano. Siamo in una città del nord est non meglio identificata, sappiamo solo che è vicina a Pordenone. La storia abbraccia tutta l’estate da maggio a settembre e si sviluppa dentro una chiesa tra la sacrestia e l’altare dove due uomini, Fredi e Tilio, giorno dopo giorno si raccontano la loro vita, si conoscono e iniziano a volersi bene. Fredi, il sacrestano, ha 85 anni è silenzioso e chiuso, con le sue regole di vita, dentro e fuori la chiesa. Tilio invece è chiacchierone, curioso e vuole imparare il mestiere del sacrestano; come gli sia venuta questa voglia non si sa forse un giorno si trovava a passare di lì e poi ha cominciato a ritornarci tutti giorni per occupare il tempo o forse proprio per aiutare Fredi, questo l’autore lo lascia nell’ombra, preoccupandosi solo di portare il lettore in chiesa davanti alle candele e presentargli il personaggio Tilio, e da questo momento tenerlo al suo fianco riga dopo riga dentro una storia che racconta di uomini e mondi, compreso quello cattolico, che stanno scomparendo o semplicemente cambiando. Ed è uno stare dentro la storia, quello del lettore, che già dalle prime righe è un po’ come stare su un palco in un teatro insieme agli attori, i due personaggi, e seguirli, osservarli, scoprirli, come una presenza invisibile per tutto il romanzo.

Relax con L’apprendista

I due uomini, anziani, su questo “palco” narrativo in cui la scena si muove dall’altare della chiesa alla sacrestia, al ritmo cadenzato dal sacro susseguirsi dei gesti rituali, si raccontano brandelli di vita e il lettore è lì presente capace di ascoltare, sia le parole dette che quelle solo pensate perché ci sono limiti che è bene non oltrepassare. E il lettore in questo luogo sacro che è chiesa ma anche romanzo è sempre presente, in ascolto.

Il racconto, grazie alla delicatezza e alla precisione poetica della scrittura di Villalta, porta il lettore nella profondità dell’animo dei personaggi, là dove ognuno dalla propria prospettiva che sia quella di figlio/a padre/madre o amico/a, può rivedere e rivivere una parte della propria storia fosse solo per quello stare in chiesa durante una messa e pensare ad altro.

“Quando era bambino, forse un ragazzino, che già si immaginava le parole come erano scritte, ripeteva a mente: Ah peste fame belo! Così diceva il prete, per come aveva capito lui. Peste Fammi bello. Un bel rebus […] Poi più tardi l’aveva inteso, che non era così…” da L’Apprendista di Gian Mario Villalta

finito 🙂

Lettura sinestesica: Tra le pagine l’odore di incenso c’è se non altro per il luogo in cui è ambientato il romanzo, ma poi in realtà prevalgono il profumo del pane con l’uvetta e quello di caffè appena fatto corretto vodka che, pagina dopo pagina, assumono il colore dell’amicizia che si mischia a quello della vita.

Imprigionata (a metà) nel decreto

photo by mariannamaior

Io sono qui solo a metà, una parte di me è in una stanza a far servizi, montaggi, letture, cercare persone che aiutino a mettere a fuoco la situazione, mentre l’altra parte non c’è più. Notte tempo è finita in qualche decreto incerto. Bloccata tra i vari divieti, di lei, da allora, non so più niente a parte che mi manca.
Mi manca quando fa scorrere lo sguardo sulle vetrine mentre passeggio, e mi manca quando incrocia gli sguardi degli altri sia quelli che sorridono che quelli che scendono dall’alto in basso.
Mi manca quando stringe le mani per salutare e le maniglie che in realtà non ha mai toccato perché uso sempre il gomito per aprire le porte se non sono a casa mia.
Mi manca quando parla con le mani anche per mandare a quel paese il solito che si butta in autostrada dalla corsia di incanalamento senza darmi la precedenza.
Mi mancano anche tutti i suoi gesti quotidiani: prendere (o dimenticare a casa) la borsa dello sport, litigare con le chiavi della redazione che non indovino mai quella giusta. Mi manca quando vede i ragazzi entrare e uscire dal mio ufficio con le bottiglie d’acqua, e sentire quelle 10 volte al giorno ( vabbè sono un po’ meno) il direttore chiamare la moglie con il comando vocale: “Chiama Gloria amore grande”.
Mi manca quando mi faceva indossare i tacchi e poi pentirmene: la comodità è un’altra cosa.
Mi manca quando andavamo al cinema, adesso poi che lo pulivano pure.
E mi manca il vino bevuto al bar e i menù stropicciati dei ristoranti che girava e rigirava perché non so mai cosa mangiare.
E poi decreto dopo decreto adesso sono al punto che iniziano a mancarmi anche le cose che non faccio mai ma che sono già impellenti. Le camminate in montagna, con calma gustandomi ogni albero, fiore, filo d’erba; andare in giornata a Padova per vedere il Musme e il giardino botanico che è una vita che ci devo andare, dalla mia vita precedente quella di quando potevamo andare in stazione in mezzo ai pendolari e se uno tossiva senza coprirsi la bocca era solo un maleducato e non uno che metteva in pericolo la salute pubblica.
Mi manca aspettare in auto, ferma davanti alle strisce che gruppi di studenti che sembrano greggi con lo zaino attraversino la strada bloccandola per pochi minuti percepiti sempre come infiniti. Mi mancano gli incontri casuali e anche quelli causali perché da cosa nasce cosa e ci scappa che ci racconto una storia.
Mi mancano i concerti con la gente ammassata, quella che crea gli aerosol sì ma al ritmo della musica magari di James Blunt che ci dovevamo andare il 27 marzo.
E mi manca la gente ma quella nostra italiana disordinata e chiassosa che quando siamo all’estero ci riconosciamo dal volume delle chiacchiere al tavolo.
Queste file ordinate, lunghe, tutti distanziati, silenziosi, rispettosi, mi par di essere in un riformatorio. Se penso che c’è voluta una pandemia a metterci tutti in fila beh sai che vi dico forse era proprio bella quella indisciplina.

Delirio di mezzanotte

Un filo di perle
nere come il kajal per
coronare lo sguardo
fisso verso
una schermo senza risposte
che sa solo

rimandare alle domande
infilate una a una
nel filare narcisitico

di questo tempo.

Quel colore bianco puzza di bruciato! Sì, ma non è sinestesia!

Quanti fuochi accesi ieri sera! Ogni quartiere ha richiamato giovani, adulti e piccini intorno al proprio falò. Quante fiamme che danzavano e ondeggiavano sui cieli tersi e stellati di Pordenone e provincia. Eh? (bene, adesso il tono svenevole è finito).

Dicevo: quante befane bruciate, ovviamente solo dopo che hanno consegnato tutti i doni (ben 2 miliardi di euro spesi in Italia in calzette, dolcetti, regalini e minchiatine che dobbiamo far girare l’economia alla faccia dell’epifania. Aperta parentesi (dicasi epifania “La manifestazione della divinità in forma visibile” nello specifico la divinità è il Cristo, Gesù. Qualcuno se lo ricorda? Era quello che parlava di vivere in povertà, di amare il prossimo (tutto il prossimo eh anche quello che ti sta.. mmmmh.. che ti sta proprio lì!). Gesù dai, quello che chiedeva di lasciare tutto e seguirlo, già, ma non aveva considerato che camminando sulle acque lui non ha lasciato mica molte impronte.

Ma torniamo ai falò. Ieri, quanti falò, casere, foghere, pire, montagne di legna, bancali, gomme, oli (forse ma speriamo di no),  e cose varie ed eventuali avranno bruciato, che “si profita” o “se profita” “ghe sè la foghera”? Del resto, non è l’antico rito della purificazione e della consacrazione?

Ma cosa avremmo mai consacrato ieri sera oltre a bronchi e polmoni?

Ora, non voglio mettermi a fare il censimento esatto di falò o casere dir si voglia e tanto meno delle povere befane, ma così, a naso posso dire con certezza che sì erano troppi! Decisamente troppi!

Faccio una brevissima cronaca. Tornando a casa ieri sera, 5 gennaio del 2020, alle ore 23 circa, nel tragitto San Quirino, Cordenons, Pordenone Azzano Decimo, Gruaro, tutto era avvolto da una nebbiolina biancastra che odorava di bruciato e garantisco: non era sinestesia, no! No! Non era una questione neurologica, non era un colore che oltre alla vista attiva anche l’udito. No! Era semplicemente fumo, effetto diretto della combustione che sprigiona oltre al fumo anche un odore acre, pungente e contemporaneamente migliaia di famigerate polveri sottili, quelle per le quali ci rompono i coglioni ogni inverno “targhe pari sì, targhe dispari no, e abbassa il riscaldamento e non accendete il camino a legna”; ecco proprio quelle, che ieri tra l’altro hanno fatto registrare un valore di 74 µm/Nm3 mentre il 21 dicembre era di appena 14 µm/Nm3 .  E come mai? Perché il 5 gennaio ogni cazzo di quartiere (ma anche ogni condominio, via e giardino privato e pollaio) deve fare il suo falò. E liberare nell’aria in nome della tradizione, milioni di particelle dannose, cancerogene. Ecco ieri sera era tutta una polvere sottile credetemi.

Belle le tradizioni. Non si tocchino le tradizioni.

E no, per carità e chi le vuole toccare. Viva le tradizioni!

Ma tipo, pensare a un falò 4.0?

Un falò olografico. Provate a immaginare: schermi olografici pieni di pixel in ogni quartiere, effetti speciali, fiamme pazzesche come nei film “Hellboy” o “Spawn – Hell, Malebolgia”.

E sì, lo so come si fa poi per i pronostici legati alla direzione che prende il fumo? come si fa? Beh, Vuoi che non ci sia un cazzo di algoritmo che spara il fumo grazie a una lettura simultanea dei venti reali? C’è un algoritmo per ogni minchiata vuoi che proprio per il fumo della casera non ci sia? E se proprio non c’è l’algoritmo, si fa andare il fumo come dicevano  i latini a cazzum, che non è poi tanto diverso da quanto già accade, no?

E poi volete mettere: befane per tutti i gusti! Magari con versioni vietate ai minori con vecchiette che … no, no, non mi riferivo a quelle vecchiette lì, no le milf, le gilf o cougar no! (anche se perché no poi) comunque, io mi riferivo a befane vere che urlano nelle fiamme come tante Giovanna d’Arco o come accadeva alle presunte streghe medioevali. Un po’ macabro lo so, terribile anzi. Ma oggi non è forse macabro lo stesso? Mettere in scena il rogo di una donna, finta per carità, ma non è pur sempre una donna la befana? Avete mai visto un befano maschio bruciare al rogo? No! Non l’avete mai visto! E perché non bruciamo anche Babbo Natale? Lui no, non si brucia,  anzi lo si aspetta e gli si offre il panettone e la play station o quella roba con le serie tv, no?! Si bruciano solo le donne. Fino a prova contraria la befana è una donna, lo si fa tutti gli anni, davanti agli sguardi dei bambini, gli stessi bambini che prima incassano il regalo poi mangiano e bevono guardando il rogo della povera vecchia befana. Ma non è assurdo?

Sì, lo è. Anche perché nessuno più si ricorda che l’epifania il cd dodicesimo giorno dopo il natale, prima di Cristo e anche un po’ dopo Cristo, era il giorno dedicato alla dea dell’abbondanza, Diana per i romani, legata ai riti agrari, ma poi un bel po’ dopo Cristo, la chiesa, ha voluto eliminare, bruciare appunto, il culto pagano legato alla dea dell’abbondanza e così la bellissima dea Diana è stata trasformata in una vecchia orribile e cattiva ma, che stranezza, che porta i doni…

Il futuro secondo me è per quel che vale la mia opinione, dei falò olografici, miliardi di versioni di falò da far sbizzarrire tutti i grafici del mondo e dare lavoro a tanta gente piena di creatività. Questo è il futuro della foghera, casera, falò e quel che volete. Per consacrare con i santi bit o pixel o come cavolo funzionano le immagini olografiche, la salute e l’ambiente e avviare un processo di sana purificazione dell’aria grazie al famoso progresso tecnologico!

Ecco questo è quanto ho pensato ieri sera quando sulla mia scopa ho attraversato il cielo per rientrare a casa e ho dovuto indossare la maschera anti gas tanto non si poteva respirare!!

Ricordo che questa è una campagna di sensibilizzazione privata sull’abuso indiscriminato di casere, sul risparmio della vita delle befane e sull’uso sano e consapevole della tecnologia.

E se dicessi…

E se dicessi che amo l’organo riproduttivo delle angiosperme?
lo dico!
E se dicessi che ne amo
sia i gametofiti maschili
tanto quanto quelli femminili, se non più?
Ebbene lo dico!
Perché e’ così.
E lo amo anche se è finto,
se non altro perché mi fa spezzare
il grigiore…di un cappotto.

Il fiore e il cappotto

#Tacchi , #Acquasantiere e #Buffet!

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Scarpe di Marianna

Dio mio: tre ore in piedi coi tacchi! Appena tornata a casa le scarpe le ho inchiodate al muro, tutte e due.
Le userò come acquasantiere per lavare i peccati del mondo.
Primo fra tutti “il buffet senza sedie”. Seguito da “il Buffet senza superfici d’appoggio”.

Perché? Io alle 8 di sera quasi sempre muoio di fame e in genere anche di sete specie se c’è del buon vino e con tutto l’impegno che ci metto per essere una persona migliore non potrò mai, ma proprio mai, essere la dea Kali’, e non mi si può chiedere quindi di scegliere se bere o mangiare! E se una mano è impegnata a tenere in equilibrio il piatto mentre l’altra con destrezza infilza a forchettate il cibo nel piatto le due mani di cui sono dotata me le sono giocate. E come bevo? Nei casi super fortunati, quelli in cui riesco a trovare un cm per appoggiarci il bicchiere, dopo un nano secondo appaiono almeno altri 3 super fortunati, che piazzano i loro bicchieri nello stesso posto in equilibrio con il mio come quell’arte che si fa con le pietre e …non so più qual è il mio!

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Scarpa o acquasantiera?

E tornare a gettarsi nella folla per procacciarmi un altro bicchiere di vino è follia perché vorrebbe dire mollare il piatto e dove poi? …Una volta, lo ricordo come fosse ieri, una tremenda sete mi assali’ e così lasciai il piatto quasi pieno, avevo appena sbeccottato qua e là, lo appoggiai in un anfratto che credevo sicuro, ebbene quando tornai nel luogo dell’abbandono, uno stava mangiando nel mio piatto, mi guardo’ e mi disse: “non potevo mica mollare il bicchiere”.

Le lettere che fanno l’amore

Nel nome del PAdre e della MAdre


Malika Favre artista
L’alfabeto del Kamasutra di Malika Favre

Ci sono lettere che fanno l’amore e le parole a volte possono essere delle vere orge. Va be’ forse esagero, ma forse no ;-), ad ogni modo, vi garantisco che almeno due lettere in particolare, fanno davvero l’amore, a volte è solo sesso, ma sempre lo fanno per riprodursi. Vi spiego come.

La parola padre deriva dalla radice sanscrita , alla quale sono riconosciuti due significati: il primo ha a che fare con la purificazione tramite l’acqua, (bere per purificarsi), il secondo, invece, si riferisce all’effetto della purificazione, che è quello di preservare e proteggere. Bere acqua, lo sappiamo tutti, fa benissimo, anche perché ne siamo fatti a livello molecolare del 90%. Ma c’è anche un altro significato. Se pensiamo al sesso e alla riproduzione, il maschio produce ed emette sperma che il corpo della femmina accoglie (beve?!), nel ventre, e questo gesto permette e riassume il senso di quel “preservare” in riferimento alla conservazione della specie. Se consultiamo un qualunque dizionario, infatti come primo significato alla voce padre, leggiamo: “Uomo che ha generato uno o più figli”. Ma l’acqua è innanzitutto un simbolo femminile, del resto anche la femmina produce liquido organico nell’atto sessuale e il feto si sviluppa dentro il ventre materno, nel  liquido amniotico. Ci torneremo su questo punto. Ora consideriamo solo che anche madre è una parola che deriva dal sanscrito, la cui radice, mā, significa misurare, preparare e si riferisce all’azione formatrice del corpo del bambino.
Arriviamo adesso al punto. Consideriamo le due lettere P ed M, e provate a pronunciarle,…fatto? Cosa notate? Seguitemi. La P è una consonante sorda occlusiva, “essa viene generata mediante il blocco completo del flusso d’aria a livello della bocca, della faringe o della glottide, e il seguente rilascio rapido di questo blocco”, senza mettere in vibrazione alcun organo. In altre parole l’aria viene trattenuta ed espulsa, dalla bocca, proprio come quando si sputa.
La M, invece è una consonante sonora, nasale bilabiale; il suono viene articolato chiudendo le labbra e tenendole chiuse fino alla formazione della lettera, e le corde vocali vibrano durante l’articolazione del suono. Avete notato niente? La P si comporta come il maschio nell’atto sessuale e la M come la femmina. La prima emette, la seconda trattiene, e forma, trattenendo. Infatti la vibrazione, messa in moto dall’articolazione della M è la modulazione necessaria alla creazione… Se questo è un caso!

20170318_105943Cosa sono quindi le lettere? E cosa si nasconde nel linguaggio?
“Le lettere incise sulla pietra e poi nei libri, conservano nel loro cuore il segreto del loro potere”.
Ma non mi fermo qui le analisi continueranno… E’ restato in sospeso il discorso sull’acqua.

Marianna Maior

Chaplin mi ha sopraffatta e turbata: che meraviglia!

Marianna Maior (omaggio a Chaplin)

Non ero preparata lo ammetto, non ero preparata a incontrare un’arte così potente e il genio che le ha dato vita. E sapete cosa vi dico che ormai questa parola “genio” è talmente abusata che poi quando incontri un vero genio come Charlie Chaplin, la parola si riempie di tutto il suo senso e ti stordisce e, forse offesa, ti schiaffeggia dimostrandoti chi è davvero un genio.

Cosa mi è successo? Ho visto per la prima volta The kid (Il monello in italiano ma la traduzione non mi piace) di Charlie Chaplin. E’ stata la mia prima volta e non ero preparata. Sì avevo visto tanti trailers qui e lì, e li avevo anche usati per il montaggio di alcuni servizi dedicati al cinema muto, avevo visto anche altri suoi film “Il grande dittatore” e “Charlot”, sempre a pezzetti un po’ qui un po’ lì. E a dire il vero ho anche letto molto su Chaplin, tutta la sua storia, la vita, le recensioni, etc. Ma mai avevo visto il film intero e tanto meno seduta a teatro con un’orchestra che suonava dal vivo. Mai.

Jackie Coogan e Charlie Chaplin

Ebbene è stato travolgente, trascinante, prorompente: un film muto mi ha fatto sentire con una chiarezza pazzesca, tantissime emozioni definite da così tante sfumature che se non l’avessi provato non ci crederei.

Seduta in seconda galleria al teatro Verdi di Pordenone la storia di questo bambino mi scorreva davanti e ogni sguardo, ogni gesto, ogni espressione del volto del piccolo John, di Chaplin e degli altri attori mi sono penetrati dentro accompagnati dalla musica perfetta dell’orchestra San Marco e una volta entrati hanno scatenato un turbinio, un subbuglio, un frastuono pazzesco di sentimenti.

E mi rendo conto che faccio fatica a trovare le parole per descrivervi quello che ho provato, mi è difficile innanzitutto perché mi sono accorta che gli aggettivi che uso sono annacquati dall’abitudine di usarli e da un tipo di linguaggio che dice sempre meno e appiattisce tutto: intenso, bellissimo, divertente, commovente, particolare, importante, li uso troppo spesso soprattutto per velocità, sono già lì, i primi sulla punta della lingua sempre pronti ad esibirsi che non si sbaglia mai, esagerando in bene nessuno si offende. E adesso per questo vero, grande, raro, stupefacente capolavoro non trovo le parole giuste.

Come dirvelo, The kid, fotogramma dopo fotogramma mi è entrato dentro ha oltrepassato il pericardio ha scovato il misterioso impulso che fa pulsare il cuore e lo ha rianimato e io ho iniziato a sentire scorrermi la vita nelle vene più ricca e intensa. E ha fatto tutto senza dire una parola. E senza dire una parola adesso mi sta spingendo a cercare le parole giuste per descriverlo e mi sta facendo sentire la debolezza del mio linguaggio.

Charlie Chaplin – che ha scritto, diretto, prodotto e creato la musica che accompagna questo film, per la cui storia si è ispirato direttamente alla sua vita- la paura dell’orfanotrofio, dell’abbandono, la miseria, le meschinità della vita lui le ha vissute e le ha raccontate facendomele provare: io ho sentito freddo nella sua camera mentre indugiava a letto con addosso coperte bucate e lise, ho sentito il dolore straziante che si è poi trasformato in rabbia, terrore e violenza quando gli volevano portare via il bambino, ma ho anche riso quando seduceva la moglie del poliziotto e ho riso anche quando il piccolo rompeva le finestre coi sassi e non erano marachelle (ecco perché monello non mi piace) ma solo strategie di sopravvivenza.

Ho riso e pianto tanto.

Chaplin con un film muto è riuscito a farmi sentire (e dico sentire non vedere) la miseria delle periferie abbandonate a se stesse, la violenza e la prepotenza che le abita ma mi ha anche fatto sentire l’amore intenso e appassionato di un padre (suo malgrado) e di un bimbo che gli chiede solo amore e lo ricambia con una tenerezza che risuona in ogni bacio in ogni sguardo, e poi c’è anche la forza di una donna che sbaglia, si rialza, paga e poi…. e poi dovete andare al cinema, a teatro ovunque daranno questo film, andate, andate a vederlo.

Jackie Coogan interpreta “The Kid” di Charlie Chaplin

E per dirvela proprio tutta alla fine della proiezione con Tomaso abbiamo fatto a caldo uno special, The kid infatti è stato proiettato per la prima volta a Le giornate del cinema muto di Pordenone e insomma era un evento, ma io ero stordita da tutto questo frastuono che mi è esploso dentro, col viso struccato dalle lacrime e vi confesso che fare la trasmissione non mi è stato proprio facile e insomma la vedrete e spero capirete.

Marianna Maior