Annusare con la lingua? Ebbene sì! Lo hanno scoperto i ricercatori del Monell Centre di Filadelfia, secondo i quali le papille gustative sono dotate di ricettori olfattivi, il che, in altre parole, vuol dire che la sinestesia nasce già a livello sensoriale!


Il canto dell’arcobaleno: la sinestesia

Lettura sinestesica

Faccia a terra l’ho scritto io, quindi dargli una lettura sinestesica cercate di capirmi è difficile, è troppo mio e i miei sensi si sono già distesi in queste file di parole per occupare ciascuno insieme agli altri il proprio spazio che è lo stesso di tutti gli altri…

Ad ogni modo ci provo … seguitemi 😉

Ogni riga di questo racconto diffonde l’odore fresco, vellutato e confuso dell’infanzia che si scontra con i toni acri e ruvidi della vita adulta. Nelle parole ci sono i colori della rabbia e del dolore: violaceo, bluastro e verde acido opaco, che senza mischiarsi si alternano come nelle chiazze di benzina lasciate sull’asfalto da automobili mal curate, e pronte a prendere fuoco da un momento all’altro. Sono chiazze di colori netti, che se fossero sulla pelle sarebbero proprio gli stessi di quei lividi che faticano a sparire e anche quando scompaiono continui a vederli nel cuore e a sentirli ella mente dove nutrono il disprezzo anche per te stesso.

I suoni di questo racconto sono rumori sordi che odorano di terra, letame, e guerra, ma anche di latte e luce che arriva all’improvviso aprendoti le narici per mostrarti ciò che non avevi mai visto.

Consiglio di lettura:

ne ho due:

  1. Il racconto è esaltato nella sua degustazione dall’ascolto di “Flow my tears” di John Dowland  che va accompagnato da una tazza di latte caldo con miele e una goccia di rum…
  2. Si può però anche mettere in risalto una parte del racconto giocando sui contrasti così consiglierei una melodia d’annata decisamente più recente optando per Fall di Eminem da accompagnare rigorosamente con l’odore del gelsomino da far diffondere nell’aria senza limiti.

Il motto: ogni cosa lascia un segno…

FACCIA A TERRA

Un atrio in cemento spazioso. Un muro cieco che separava la casa da quella adiacente. Dopo la morte dei genitori le proprietà, quando ci sono, si dividono con muri che diventano coltelli infilati nella terra. A destra una tettoia alta e ampia per il trattore e gli attrezzi che guardava la casa grigia coi battenti verdi scoloriti dal sole. Per arrivarci con l’auto si entrava in una stradina limitata da due muretti scalcinati alti più di me.

Andavamo spesso a casa degli zii. Avevano gli animali e le cose dell’orto. Io amavo il latte fresco, mia madre ci faceva la panna che mettevamo sul caffè. Lo zio era piccolo, magro e anziano. I pantaloni legati con una cintura che faceva quasi due giri intorno alla sua vita. La canottiera bianca, le braccia magre con le vene gonfie, i muscoli vivi di un diciottenne. Camminava avanti e indietro, andava nella tettoia prendeva la forca, attraversava il cortile. Il rumore degli zoccoli che battevano e strisciano sul cemento segnavano la traiettoria. Quando entrava nella stalla tornava il silenzio, il fieno copriva il pavimento e il rumore dei passi. Ma non quelli della voce e del bastone.

Impugnava la forca e iniziava il suo rituale, metteva la paglia, prendendola dal mucchio all’ingresso; ogni movimento era il pezzo di una sequenza, rapida, chiara, automatica, come il respiro. Finito, posava la forca sul muro, prendeva lo sgabello e il secchio si posizionava sotto la vacca e le urlava di stare ferma. Era l’unica cosa che capivo in quello strano dialetto.

In genere seguivo mio padre, entravamo nella stalla mentre la luce restava sull’uscio. L’odore mi pungeva nel naso. Osservavo lo zio seduto sullo sgabello che mungeva quelle strane mammelle grosse, lunghe e tante. Le impugnava a intermittenza, tirandole giù e su, velocemente, lasciando uscire il latte in una traiettoria precisa che andava a finire direttamente nel secchio. Capitava a volte che la bestia fosse irrequieta e lui allora le urlava dietro qualcosa, a volte usava anche il bastone, ma sempre le urlava qualcosa che non capivo ma sembrava fare più male del bastone. Quando la bestia si calmava l’accarezzava e taceva.

Con la bottiglia piena di latte e calda tornavamo a casa.

Un giorno arrivammo nel pomeriggio. Mio padre ed io uscimmo dall’auto; lo zio sbattette la porta di casa e già urlava. Metà imprecazioni rimasero dentro casa addosso al figlio, voleva la moto, credo. Ricordo che mangiava merendine senza ritegno e guardava sempre la tv. Disprezzava il padre perché faceva il contadino, toccava la terra, il letame e puzzava di campagna. Mentre lui sognava di diventare Lupin o forse Umberto Smaila quello che in Tv era circondato da donne mezze nude. Si trascinava per casa, lento e silenzioso come un ladro e, appena poteva, ne usciva. Quel giorno lo vidi attraversare il cortile, non voleva farsi vedere ma io lo vidi e lui con lo sguardo mi lanciò un avvertimento: “Tu non mi hai visto”. Sapeva che non avrei parlato, perché una volta lo feci, e lui mi scaraventò a terra ma mentre io non mi feci niente, lui si inciampò sui suoi passi e finì col muso sul ferro del corrimano. Gli sanguinò il naso tutto il giorno. Da quella volta mi stette lontano.

Di norma tornava giusto per cena, aveva sempre fame, trovava il posto apparecchiato e la madre ad aspettarlo come fosse un gattino randagio. Il padre quasi sempre in piedi, non riusciva proprio a stare fermo nemmeno a tavola. Prendeva e toglieva le cose dal frigo, dalla dispensa dalla tavola. Si sedeva, appoggiava il formaggio sul tagliere, lo tagliava stando attento allo spreco, prendeva il pane e raccoglieva le scagliette, il vino era nel bicchiere, la bottiglia già nella dispensa. Lo ricordo bene, perché quando ci fermavamo a cena ci dava un pezzo di pane, salame e formaggio, due dita di vino per mio padre, acqua e vino per me. Non mi guardava mai negli occhi. Ricordo anche che mio padre di tanto in tanto l’aiutava nei campi, e io rimanevo in giro a giocare con le foglie, i sassi, la terra e osservavo cosa facevano. Se mio padre sbagliava qualcosa, a tagliare la legna o non raccoglieva tutto come gli aveva detto lui, sbatteva l’attrezzo che aveva in mano, dava un calcio alla terra e urlava. Non credeva in Dio eppure lo bestemmiava come fosse comunque la causa di tutti i mali. Era stato partigiano e aveva fatto la guerra. Aveva conosciuto la paura, la fame, l’odio, la cattiveria e gli erano rimaste attaccate addosso. Poi, tornò e decise di ricominciare la sua vita dalla terra, seminandovi cosa era rimasto di lui. I campi, le bestie, il raccolto, il letame tutto aveva un ordine, un uso, un tempo che lui conosceva bene e non ammetteva che gli altri ignorassero. Quell’uomo mi spaventava anche se avevo notato che quando urlava non mi guardava mai, io ne avevo paura e lui lo sapeva. Ero una bambina piccola, coi codini, con due occhi grandi che lo seguivano ovunque. Mi incuriosiva. Come tutte le cose che si temono, mi attraeva. E poi lui, la mia paura la conosceva e vedeva. Il figlio invece non aveva paura. Il figlio se ne fregava. Quel padre era troppo vecchio, troppo contadino, puzzava, razionava cibo e soldi. Quel padre non sapeva godersi la vita. Lui invece era giovane, forte e bello, almeno così gli ripeteva la madre ogni giorno guardando soddisfatta la carne della sua carne. E di carne lei ne aveva troppa.

Quel giorno comunque il figlio non tornò per cena. Mio padre andò a cercarlo e mi lasciò a casa dagli zii. Seduta su una sedia in un angolo con la paura di respirare troppo forte. Poi mi addormentai. Mi svegliarono le urla di mia zia, implorava di non far male al figlio che mio padre aveva recuperato in un bar dopo tre ore di ricerche. Mio zio aveva uno sguardo infuocato, credo di disprezzo e la cintura nella mano. Camminava avanti e indietro sbattendo gli zoccoli. Mia zia gli si metteva davanti cerando di far sgattaiolare il figlio in camera, ma prima di riuscirci si beccò due frustate anche lei, alla fine il figlio riuscì a infilarsi nella porta che portava al piano superiore, subito chiusa dal corpo della madre.

Quella notte non riuscì a dormire, quella cintura usata come un arma non l’avevo mai vista.

Poco tempo dopo accadde un altro fatto. Raccoglievo l’uva e avevo le mani indolenzite dalle forbici. Riempivo il mio secchio e lo svuotavo in quello più grande vicino al trattore. Eravamo nella vigna e mi stavo divertendo. Potevo anche salire sul trattore fermo e guardare tutto dall’alto e anche riempirmi la bocca di uva ma stando molto attenta a non farmi vedere dallo zio, temevo mi sgridasse perché con l’uva ci doveva fare il vino. Vicino a mezzogiorno, ricordo che tenevo il mio secchio con due mani mentre andavo verso il trattore per svuotarlo, incrociai lo zio alla fine del filare, abbassai la testa ma non prima di vedere il suo sguardo trasparente posarsi nel mio, vidi la sua mano allungarsi verso il mio viso; strinsi subito gli occhi mi aspettavo uno schiaffo che non arrivò e rimasi stupita di sentire invece un tocco caldo e lieve segnare come un pennello la mia guancia, e il suono della sua voce declinare in dialetto il mio nome, mentre con l’altra mano mi toglieva il peso del secchio e anche quello della paura.

Mio zio ricordo morì pochi anni dopo.

Mi dissero che la rabbia gli mangiò il fegato. Una settimana dopo il funerale andai con mio padre in ospedale, lo aveva chiamato la zia perché avevano ricoverato il figlio. Questa volta lo avevano trovato nella stazione del paese vicino, disteso con la faccia a terra nel sottopassaggio, i denti rotti, il sangue che usciva da una vena del braccio e un ematoma sul viso che lo deformava. Frequentava gente come lui, persa nell’illusione di una vita senza salite e senza sudore. Ricordo la madre seduta su una sedia verde chiaro dalla quale straripavano le sue cosce, mio padre in piedi la guardava e iniziarono a parlare dello zio.

-“Aveva tutte le ragioni del mondo per urlare e imprecare. Ne aveva passate tante”.

-“Si la guerra…” disse mio padre quasi annoiato.

-“Forse quella è stata il meno”.

– “Di che parli allora?”.

La zia si fissava le mani, gonfie e ruvide e disse.

“Era rimasto orfano a 4 anni con il fratello di due anni più grande. Del fratello non ha saputo più niente, mentre lui fu preso da una famiglia mezza imparentata con la sua. Ma lo tenevano come una bestia. La sua camera da letto era lo zerbino della porta di ingresso. Doveva lavorare per loro e mangiare il giusto per non svenire. D’inverno mentre gli altri stavano dentro al caldo a magiare e bere lui stava fuori e aveva imparato a proteggersi dal freddo muovendosi come un furetto.

Fino ai 15 anni circa ha vissuto così. Poi se ne è andato, ha trovato lavoro in un paese vicino come garzone tutto fare. A 18 anni è partito per la guerra. Ma più di 10 anni vissuti come un animale non glieli ha più tolti nessuno. Non ha mai dimenticato quei cani che l’hanno lasciato a dormire sull’uscio di casa quando aveva 4 anni.

Ho raccontato questa storia a Claudio prima che il padre morisse, speravo lo aiutasse a cambiare o solo a comprenderlo. Ma era come se gli stessi dettando la lista della spesa che lui nemmeno si appuntava. Forse gliel’ho raccontata troppo tardi o troppo male”.

Mio padre rimase fermo in piedi a fissarla. Dalla porta spalancata a fianco entrò poco dopo il giovane medico di turno, facendo rimbalzare sui vetri il rumore dei suoi zoccoli.

-“E’ la madre di Claudio Fantin?”

– “Si”.

“Signora, mi dispiace ma suo figlio è molto grave. E’ stato picchiato molto duramente, ha il fegato spappolato e un ematoma in testa molto esteso. Potrebbe non farcela”. Il medico allungò una mano a mia zia e continuò: “Nella tasca dei pantaloni gli hanno trovato solo questo foglietto”.

Lei lo prese, era piegato in quattro e lo aprì. Era il foglietto di un block notes, ingiallito dal tempo e macchiato d’unto.

C’era scritto:

“A 4 anni ha perso i genitori. Fino a 15 ha dormito su uno zerbino come una bestia. A 18 è partito per la guerra. A 50 anni gli sono nato io”.

 

(Stefano Benni, ed. Feltrinelli, 2017)

Lettura sinestesica

Pagine che scorrono tra le mani, acqua lunare che disseta e illumina la mente. L’immagine di copertina, una bellissima opera di Luca Ralli, afferra lo sguardo e ti catapulta nella dimensione di Prendiluna senza darti alternative e il viaggio inizia…

Il primo passo mosso in questo nuovo mondo creato da Stefano Benni scatena un suono nell’aria dove in trasparenza appaiono graffi musicali, è la voce di Davide Bowie: saranno le sue note a illuminare la lettura.

Consiglio di lettura.

Accompagnare la lettura con l’ascolto di Heathen di Davide Bowie. Per il palato invece si consigliano cipolline in agrodolce e champagne, per gli astemi centrifuga di melograno.

Motto: Leggere disseta.

ciò premesso…

Cos’è Prendiluna

Una favola ambientata ai giorni nostri, ma con la lucidità di tratteggiare la società attuale senza nascondere niente: nemmeno un manuale di sociologia, di psicologia e di politica insieme avrebbero potuto fare meglio.

Di cosa parla

E’ un libro che racconta l’oggi senza fare sconti a nessuno, del resto è evidente, il presente è una realtà dilaniata su molti fronti forse tutti ma Stefano Benni, usando la dimensione della favola, trova il modo, da una parte, di poter dire tutto dando al suo pensiero la forza di una libertà consapevole e amara, dall’altra, di recuperare il sogno e lasciar aperta la porta dell’impossibile. Una porta che semmai qualcuno è riuscito ad aprire non lo ha mai fatto con la ragione quanto piuttosto con una sana dose di follia.

Chi è Prendiluna

Ecco spiegato perché (forse) la protagonista, Prendiluna, da cui il titolo del libro, è una vecchia maestra strampalata in pensione alla quale viene affidata, da un gatto fantasma, la missione di salvare l’umanità, e gli altri due personaggi principali sono invece gli “ospiti” di un manicomio dal quale riusciranno però a scappare dando inizio, insieme alla maestra, alle vicende del racconto.

Gli altri personaggi

Altro dato che secondo me merita di essere portato in evidenza sono i nomi dei personaggi; non ne anticipo neanche uno, anche se confesso che nella versione precedente del post qualcuno l’avevo messo. Perché li ho tolti? Perché penso che in questo libro anche i nomi abbiano un ruolo e contribuiscano a dare forza a tutto il racconto, anticiparli quindi vorrebbe dire togliere qualcosa alla magia della prima lettura. E poi, i libri come i film, non andrebbero mai raccontati, né svelato il loro contenuto o se preferite il gergo moderno “spoilerati”. Ma, e qui non ci sono né dubbi, né opinioni contrastanti: i libri belli vanno raccomandati, questo sì, e io, Prendiluna lo raccomando con tutto il cuore: leggetelo è stupendo!

se ti è venuta voglia di leggerlo…  vai qui   per la musica qui

Per sapere quando ho incontrato Stefano Benni invece il posto giusto è qui –> Stefano Benni, Prendiluna ed io. 

Lettura sinestesica

Con “Quasi niente” siamo nella montagna di Corona e di Maieron, e la prima cosa da capire è che per affrontare ogni pagina ci vuole la giusta attrezzatura: moschettoni, chiodi, picozza, corde varie, per salire o per scendere, questo dipende sempre e solo dal punto di partenza che è fuori dal libro, di solito di fronte.

Un appiglio sicuro comunque, pagina dopo pagina, lo offre Luigi Maieron, perché riporta la narrazione sempre alla sua essenza, al suo fine. E lo fa anche là dove ricorda la saggezza montanara, cioè la capacità di guardare “sempre la vita dall’angolazione dell’essenzialità”. Ma cos’è l’essenzialità? È eliminare il superfluo, dice, andare subito alla sostanza, al cuore delle cose. La chiama saggezza montanara. Saggezza? Forse, di sicuro però, è un atteggiamento che ha il suo rovescio; andare direttamente all’essenza delle cose seguendo la linea retta, può avere cioè  l’effetto di una stilettata o di un bisturi e quando la mano non è quella di un chirurgo esperto, può fare molti danni. Questo il problema di alcune persone.

La sensazione leggendo questo libro è che le pagine, tornino alla loro essenza, sono di legno, alberi ancora vivi che coprono le montagne e ogni montagna non è che il pezzo di una storia dura, difficile, costellata dal dolore, dal fallimento, che può essere superato certo, ma solo vivendo.

Consiglio di lettura.

Porsi una domanda: di cosa ho bisogno per essere felice davvero?

Di cosa parla il libro

Racconta le storie degli ultimi, delle persone che hanno dovuto affrontare ostacoli duri e l’hanno fatto, a modo loro. Anche arrendendosi. Questo ‘Quasi niente’, è un libro che dedica le sue pagine alla sconfitta, al fallimento, ma che, secondo gli autori, hanno diritto comunque di essere ricordati, bisogna “lottare contro la dimenticanza” afferma Mauro Corona. E un passo che coglie il senso di tutto è il seguente:

“In realtà dobbiamo capire che nessuno è un fallito. Uno nasce, cresce e muore con quello che gli capita”.

Ditelo a chi vi giudica,  a chi fosse stato nei vostri panni.. e chissà…che fine avrebbe fatto…

Il fallimento è un’opera pia?

Questo è quello che alla fine afferma Corona, che tra le sue (troppe) citazioni, mette anche uella di  François de la Rochefoucauld: “nelle disgrazie dei nostri amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto, perché noi non siamo buoni”. Il fallimento degli altri in altre parole ci renderebbe felici, e in quest’ottica, il fallimento, si trasforma in una vera e propria “opera pia”, un modo per fare del bene agli altri, “chi fallisce di fatto rende felice un sacco di persone”.

Punto dolente del libro

L’abbiamo già detto in apertura, con “Quasi niente” Mauro Corona e Luigi Maieron ci portano nelle loro montagne. Corona è uno strano scrittore dal carattere plasmato dalle vette su cui si arrampica, forse per cercare di risalire la sua anima e guardarla in faccia,  ha sì i modi semplici della gente di montagna, ma il suo pensiero sa avere anche la profondità vertiginosa dei precipizi che si incontrano nelle camminate più impegnative.

Tuttavia, e arrivo al punto,  in questo libro c’è troppa autoreferenzialità, troppe citazioni, troppo bisogno di dover dimostrare qualcosa. E ancora di confessarsi ma solo per autoassolversi: “sono stato un esibizionista , ma leale”, “ho interpretato Giuda per vent’anni la notte del Venerdì Santo durante la processione qui a Erto… tanto che ho continuato a tradire. Però ho la lealtà di confessaro” e ancora “Sono stato un lazzarone però bonario”. Insomma c’è tutto un universo di normalità, cioè di vanità, di tristezza, di vita che lui, Corona, si diverte a camuffare o a nascondere infilandola nei libri. Ma questo approccio, secondo me ha sminuito proprio quell’essenzialità che il libro vorrebbe invece esaltare.

Ps. Ma, se c’è da una parte Corona che tira la narrazione troppo su di sè e sulle citazioni che affollano le pagine, per fortuna c’è Maieron che la riporta alle storie narrate, a quel che sono, semplicemente. Quasi niente in realtà è tutto il resto.

Dietro le quinte del Teatro Verdi

Era la serata di chiusura di PordenoneLegge… eravamo Lui ed io, uno di fronte all’altra dietro le quinte del Teatro Verdi di Pordenone (si d’accordo non eravamo soli ma per me era come se lo fossimo).

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Stefano Benni

Io, con la consapevolezza di avere davanti a me uno scrittore magnifico, uno che fa vivere nella sua letteratura tutta la varietà che esiste in una lingua, riuscendo così a rappresentare la vita in tutte le sue sfumature con abilità chirurgica e dissacrante; e Lui, che pur concentrato nel dover entrare in scena davanti a un teatro stracolmo, a me, una tra le tante persone che incontra per lavoro, al momento donnina schermofila (per dovere), ha dedicato due parole e la dedica sul suo libro con modi semplici, spontanei e riflessivi.


Compaiono i personaggi

Poi è andato sul palco e proprio come parlava con me dietro le quinte, nello stesso modo, con la stessa naturalezza ha iniziato a parlare a non so quante persone. L’unica differenza, rispetto a quando era con me dietro le quinte, è stata che sul palco con lui, improvvisamente, sono comparsi tutti i personaggi di Prendiluna, sbucavano lentamente da dietro i drappi del teatro, lo sostenevano e guidavano nella lettura dei brani mentre, dall’altra parte, il pubblico ascoltava, rideva, si riconosceva, rifletteva.

 


IN COSA CREDE STEFANO BENNI

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Ma sul palco c’è stato anche spazio per alcuni racconti intimi, Stefano Benni infatti ha raccontato di quando gli hanno chiesto se era credente e lui ha risposto: “Io sono molto, molto, molto, credente. Io credo nella grandezza dell’universo, dei sentimenti, delle emozioni, credo nel dolore, nella sofferenza, credo nell’amicizia, credo nella Nutella. Credo in un sacco di cose.” Poi prende fiato e dice scandendo bene le parole: “N o n   c r e d o     p e r   n i e n t e   nelle religioni monoteiste specialmente quelle che usano le parole  E R E  S I A   E  I N F E D E L E.


Prendiluna, Stefano Benni , ed. Feltrinelli

Come è nata Prendiluna

Poi ha svelato a tutti di quando aveva deciso di non scrivere più romanzi, e ne era convinto, sino al giorno in cui ha ricevuto la mail di una studentessa straniera che gli ha scritto, con un italiano incerto, che avrebbe tanto voluto scrivere una tesi su di lui “perchè è ancora momentaneamente vivo”. La ragazza intendeva che posto che è vivo poteva fargli un sacco di domande, ma in realtà, ha spiegato Benni, quella frase ha espresso un concetto filosofico notevole e – ha detto – “mi ha ricordato che sono momentaneamente (ancora) vivo, e devo approfittarne”: da questa riflessione è nato “Prendiluna”.

 

E qui mi fermo. Le cose raccontate sul palco sono state tante, “l’incontro con l’autore” , come si dice, è stato meraviglioso, si è perso di sicuro qualcosa chi non ha potuto assistervi. Io ho cercato di raccontarne i tratti salienti tralasciando la lettura dei brani del libro perché o si ascoltano dall’autore e Benni  sul palco del Verdi di Pordenone è stato esilarante, o si legge il libro. per quanto riguarda quest’ultimo punto io l’ho letto e credo che lo rileggerò e rileggerò ancora…Se volete sapere perché continuate a leggere qui Prendiluna. 

Lettura sinestesica

Il muschio ricopre le pagine come un tempo faceva con le cortecce degli alberi. La sensazione mentre si legge è quella di avere qualcosa di vivo tra le mani, parole come corpi che si agitano in un bosco mentale, misterioso. Voltando le pagine si sprigionano gli odori del fango, del temporale, del tempo.

Il suono che tiene vigile il lettore è quello della nota sol che regge tutto il romanzo mentre i colori sono il verde bottiglia e il blu di prussia.

Consiglio per la lettura

Immergetevi in un luogo della mente. Immaginatevi seduti su un bel divano di quelli vissuti, con i bottoni che stringono la pelle, mentre guardate una vetrata ampia a quadrettoni che dà su un cortile ricco di vegetazione rampicante e strisciante. Sul tavolino basso di vetro davanti a voi c’è una ciotola bianca riempita con del cioccolato fondente alle nocciole, già tagliato a pezzi irregolari. In mano state reggendo uno di quei bicchieri rotondi molto panciuti riempito a un terzo da un cognac che profuma di fiori selvatici della zona del Fins Bois. Sul tavolino, in parte al cioccolato, c’è un libro, la copertina gialla attira la vostra attenzione, e notate che sopra vi sono disegnate tre pistole e una stilografica, nel titolo “Il fratello unico” c’è qualcosa che vi attira, allora lo afferrate,  lo aprite e improvvisamente vi troverete nel mondo di Saul ….

Saul Lovisoni: uno Sherlock Holmes dal fascino italiano. 

 Il fratello Unico” (ed. Mondadori) è il primo giallo pubblicato da Alberto Garlini, scrittore di romanzi di grande eleganza letteraria e curatore, insieme a Gian Mario Villalta e Valentina Gasparet, di Pordenone legge.

Il protagonista

Saul, è un uomo misterioso, estremamente intelligente e affascinante che nonostante una laurea ad Harvard, e per motivi che saranno tutti da scoprire, sceglie di fare il poliziotto. Ha la passione per la scrittura ma dopo la pubblicazione di un libro che avrà enorme successo perde l’amore della sua vita, e non riesce più ad andare avanti. Si ritira allora dalla vita per un po’ sino a che, sempre la vita con “le sue necessità”  lo richiamerà. Si reinventa, diventa detective, si trasferisce in un casolare in mezzo alla campagna nella bassa parmigiana e mette un annuncio: “Cerco una segretaria che sappia leggere, lavoro di investigazione e di archivio”. L’annuncio pare bizzarro ma appunto, pare.

La voce narrante

Margherita, una ragazza di ventisei anni, è la voce narrante. Saul e Margherita iniziano a lavorare al loro primo caso pochi giorni dopo l’assunzione di Margherita, quando una donna, appartenente a una famiglia molto benestante, unita intorno al padre malato, dà loro l’incarico di ritrovare il fratello quarantenne scomparso misteriosamente. I luoghi del racconto sono immersi in un paesaggio tardo-autunnale in cui la nebbia confonde ogni cosa e la vista deve lasciare spazio all’ascolto.

La musica

Il ritmo del libro si percepisce attraverso la musica che risuona tra le pagine: rock nel casolare, classica nel castello della famiglia. Poi c’è il fiume che tra le due abitazioni scorre e scandisce il tempo che definisce la distanza da un fratello scomparso ma anche la profondità del dolore di una madre che ha perso il figlio. Saul Lovisoni con un originale metodo investigativo che mette al centro l’analisi psicologica dei personaggi, alla fine risolve il caso tenendo l’attenzione e la curiosità del lettore sempre alta. Alberto Garlini, usando abilmente le tecniche narrative di cui è maestro, non perde l’occasione per fare l’occhiolino al lettore e indicargli uno strumento di grande utilità: quel “saper leggere” dell’annuncio infatti è uno strumento formidabile per comprendere i meccanismi della vita, e seguendo l’originale metodo investigativo di Saul ne possiamo carpire i segreti. Basta saper leggere appunto.

lo potete trovare qui Il fratello unico di Alberto Garlini

Successo per l’edizione 2017 del premio, tra false speranze, dono dei genitori e valore dell’identità

pubblicato su Il Friuli.it

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Da 33 anni a Lignano, Ernest Hemingway rivive, attraverso i grandi protagonisti del nostro tempo, grazie al Premio dedicatogli che “ha il grande merito di coltivare la memoria tramite la contemporaneità”. Queste le parole con le quali Elsa di Gati, giornalista, ha aperto la cerimonia per la consegna del Premio Hemingway 2017. Parole condivise anche dal presidente della Giuria, lo scrittore Alberto Garlini, che ha aggiunto come, con la manifestazione, si proponga “un racconto della realtà il più vicino possibile a ciò che ci accade sicchè alcune cose che sembrano insensate, ascoltando alcuni pensieri possano alla fine diventare sensate”.

Garlini ha anche spiegato la struttura del premio che è suddiviso in quattro sezioni, ciascuna a rappresentare una specifica peculiarità dello scrittore al quale è dedicato. Quindi: “Testimone del nostro tempo” perché Hemingway è stato un uomo che ha visto le cose, pensiamo alle guerre, sempre in prima persona; “Avventura del pensiero” perché ha sempre partecipato alle controversie del suo tempo; “Fotografia” perché è un’icona del ‘900 come Marylin Monroe e James Dean e, infine, ovviamente per la “Letteratura”, essendo stato un grande scrittore, anche premio Nobel nel 1954.

Oltre al presidente, la giuria era formata da Gian Mario Villalta poeta e direttore artistico di PordenoneLegge, Pier Luigi Cappello poeta, Italo Zannier storico e fotografo, Luca Fanotto sindaco di Lignano e avvocato. La cerimonia si è svolta in un Cinecity gremito di ospiti tra cui l’assessore regionale alla cultura Gianni Torrenti e l’assessore per le attività produttive Sergio Bolzonello. Quest’ultimo sul palco ha affermato che “Per fare impresa è necessario un territorio culturalmente molto preparato e questa Regione ha bisogno di tenere molto alto il dialogo, le relazioni e le letture dei percorsi; solo questo, oggi, permette di avere grandi imprese. Oggi tutta l’innovazione arriva tramite la lettura dei linguaggi”.

per gli ulteriori video cliccare qui

 

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Andiamo all’essenza della manifestazione. Quest’anno il Premio è andato all’italiano Massimo Recalcati, psicoanalista, per la sezione “Testimone del nostro tempo”, che sul palco ha confessato di essere stato bocciato due volte, di cui una alle elementari, e oggi lo vediamo, invece, a consegnarci una rilettura del rapporto padre e figlio. Lo psicoanalista ha ricordato che il dono più grande che ogni genitore può offrire ai propri figli è quello della libertà; deve saperli lasciar andare e amarli nonostante la loro indecifrabilità, perchè “l’amore non è empatico, non si fonda sulla comprensione reciproca, sulla condivisione ma è rispetto per il segreto assoluto dell’altro, l’amore si fonda sulla lontananza della differenza, sull’incondivisibile”.

Per la sezione “Letteratura” il Premio è andato a Zadie Smith, giovane scrittrice inglese di origini jamaicane, autrice di “Denti bianchi” che, qualche anno fa, è stato un grande caso letterario. A Lignano si è presentata con un altro libro che sta suscitato grande interesse, “Swing Time”. La scrittrice negli incontri col pubblico ha voluto sottolineare l’importanza di conoscere la propria storia per poter trovare la propria identità, ribadendo che questa è definita dalle cose che ci capitano e non dagli oggetti che indossiamo. Ha anche raccontato di come il tempo sia stato sempre al centro della sua attenzione e di come abbia trovato nella scrittura un modo per combatterlo. “A 85 anni – ha detto – magari sarò ingrassata, invecchiata, ma forse sarò una scrittrice migliore di oggi: la scrittura non ha scadenza”. Come Recalcati, anche la Smith non crede nell’empatia e afferma “per cambiare le cose ci vuole di più”.

Il Premio per la sezione dedicata alla Fotografia è andato a Nino Migliori, classe 1926, che ha radicato nella sperimentazione la sua forza creativa. Il fotografo non si è fatto sfuggire l’occasione di rivendicare la forza della sua arte affermando che tramite essa “è possibile raccontare stati d’animo in modo universale senza bisogno di traduzione” e ha suggerito ai giovani di non usare la fotografia per documentare bensì per esprimere concetti e raccontare stati d’animo.

Premiato, invece, per l’Avventura del Pensiero Slavoj Žižek, il filosofo sloveno, che vanta un ampio seguito tra i giovani, ha, infatti, una grande capacità di calamitare a sè l’attenzione coinvolgendo e riuscendo a veicolare concetti in modo chiaro ed efficace. Una considerazione che il filosofo ha ribadito sia durante gli incontri sia nella cerimonia finale è che “se vogliamo cambiare veramente le cose, dobbiamo disfarci dalle false speranze che ci portano soltanto a false soluzioni. E’ giunto il momento”, ha detto, “di fare un passo indietro; oggi è necessario tornare a riflettere e a studiare, tutti, anche i filosofi”. Per essere più chiaro, come è nel suo stile, ha raccontato una barzelletta che aveva per personaggi Marx, Hegel e Lenin.

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Il Premio Hemingway 2017 si è dimostrato una manifestazione coinvolgente e illuminante, con straordinari interpreti che hanno dato una lettura chiara del presente e indicato gli strumenti per affrontare il futuro. A ciascuno di noi la forza di usarli.

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Sguardo imbrigliato
in un ricordo lontano
illuminato nel presente
dalla luce di un tramonto scontato.

Labbra serrate
Strette le une sulle altre,
Tra le dita il suono
di parole dipinte di nero
su un foglio sordo
al dolore dell’abbandono.

Marianna Maior


Mannoia e Gabbani, avessimo dovuto scommettere vedendoli sul palco così, uno a fianco all’alt7c48434ace77c43c5faf8f8570233c99_mgzoomra, avremmo messo, tutti, lei al primo posto e lui al secondo. Di sicuro così ha fatto anche Gabbani che evidentemente imbarazzato per la vittoria, la prima cosa che ha fatto è stata quella di inchinarsi davanti alla Mannoia. Ma, invece, ha vinto lui e (per me) anche meritatamente, vi spiego perché.
La canzone della Mannoia parla della vita, “per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta/ per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta”, dice. E lei è superba, interpreta ogni parola caricandola di una potenza che è però tutta da ascrivere alla sua grande capacità interpretativa. Il testo in realtà è più fragile e proprio nella sua essenza. La vita, dice, te la devi tenere stretta, la devi benedire. Ma, forse è proprio qui il problema: la vita così com’è per nessuno è perfetta e certo non vorremo che continuasse ad aspettarci, così com’è sempre la stessa. Nel testo manca un pezzo. Manca qualcosa, una spinta, una forza. Manca  l’idea di cosa sia quella vita vissuta davvero, posto che, a chi ha perso tutto oggi manca la forza per ripartire da zero, perché poi spesso chi ha perso tutto se l’è anche dimenticato cosa sia quel “vivere davvero”. L’interpretazione è perfetta seria, intellettuale, impegnata. Ma ti presenta una vita ferma, come lo è la perfezione.
Gabbani invece ha presentato un testo feroce. Espone al contrario l’altra faccia della vita, e fa una lista chiara e forte di tutti gli aspetti negativi. “Essere o dover essere, il dubbio amletico”, cioè, siamo incapaci di essere, perché dobbiamo essere (cosa e chi, sappiamo chi ce lo suggerisce); siamo chiusi in una gabbia due per tre (le nostre camere? Gli uffici?), di sicuro spazi limitati, nei quali l’uomo rinchiude la sua parte animale, istintiva, naturale. La rinnega, eppure siamo anche quella che, forse, non è affatto la nostra parte peggiore. “Soci onorari del gruppo dei selfisti anonimi”, ovvero malati di un narcisismo che sta superando ogni limite, e riempiamo i social con le nostre belle facce per ogni smorfia che sappiamo fare. E poi c’è il profumo, ovviamente Chanel, che serve proprio a metterci in salvo dall’odore dei nostri simili. Poi la definizione del web: coca per i popoli, oppio per i poveri. E a fare da sfondo, c’è la consapevolezza, che abbiamo più o meno tutti, che le cose così non vanno, che la vita non è affatto perfetta, e cosa facciamo? Ci rifugiamo nelle dottrine orientali, rinnegando così anche le radici della nostra cultura: “tutto scorre, panta rei” e andiamo a lezioni di Nirvana e alé cioè… Namastè; quest’accozzaglia culturale è poi tutta anticipata e sintetizzata nel titolo Occidentali’s Karma: una parola italiana, il genitivo sassone dalla grammatica inglese e karma, una parola indiana.
Ma la vera forza di questa canzone è la capacità di dire cose pesanti, facendole veicolare con l’energia della musica e l’ironia dell’interpretazione. Non ti lascia depresso e annichilito a pensare sul divano. Questa canzone ti fa alzare e il suo ritmo ti smuove, ti (ri)mette in piedi: la scimmia si rialza, dice, come già fece nella sua evoluzione quando si mise in posizione eretta per la prima volta e cominciò il cammino per diventare umana… e questa forse è ancora una speranza.

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Incontro con l’autore

 1 marzo 2017, ore 18.30, Villa Ronzani, Gruaro (VE)

 garlini-even

Alberto Garlini

presenta per la prima volta il suo ultimo libro, un giallo che vede come protagonista Saul Lovisoni … nella Bassa Parmigiana tutti lo conoscono: di famiglia ricchissima, una laurea a Harvard in Diritto internazionale, per anni ha fatto il poliziotto. Dopo aver risolto brillantemente alcuni casi, ha scritto un romanzo giallo da un milione di copie, un successo che gli ha portato solo guai… per esempio gli ha fatto perdere il grande amore della sua vita. Ora è un investigatore privato d’eccezione, capace di ricostruire con precisione e sensibilità il romanzo esistenziale che ha condotto a un delitto. Ed è ciò che fa quando una delle famiglie più in vista della città denuncia la scomparsa di Bernardo, quarantenne innocuo, succube prima del padre e poi di due sorelle molto volitive. Cosa c’entra la sua sparizione improvvisa con la morte misteriosa di un bambino e una speculazione edilizia che la famiglia sta per intraprendere? Saul, affiancato da Margherita, assistente stramba ma assai perspicace, ha intenzione di scoprirlo al più presto.

note sull’autore

Alberto Garlini è nato a Parma nel 1969 è scrittore e poeta italiano, curatore del festival letterario Pordenonelegge.it.

Ha pubblicato opere di poesia e narrativa, alcune delle quali tradotte anche in Paesi Bassi e Francia.

Opere:

  • Una timida santità, Sironi Editore, 2002
  • Fútbol Bailado, Sironi, 2004 e Christian Bourgois, 2008 (in lingua francese)
  • Tutto il mondo ha voglia di ballare, Mondadori, 2007
  • La legge dell’odio, Einaudi Stile Libero, 2012 tradotto in: De Bezige Bij (in lingua olandese) e  “Les noirs et les rouges” (in lingua francese)  ed. Gallimard.
  • Piani di Vita, Marsilio, 2015;
  • Il Fratello Unico, ed. Mondadori, 2017.


La gioia di vivere, 1905- Matisse

La gioia di vivere, 1905- Matisse

E’ una delle parole più belle che ci siano. Già il solo pronunciarla ti cambia l’umore. Innanzitutto ti riempie la bocca; come un cibo ricco e appagante ti nutre di sé stessa e infine ti lascia con quel dittongo “ia” che ti obbliga a sorridere. La parola è uscita dalle tue labbra ma ti è rimasto dentro tutto il nutrimento, il suo concetto, che si manifesta nel sorriso.

Cos’è la gioia?

E’ uno stato d’animo in qualche modo imparentato con la felicità. Ma non è mai effimera, ha sempre una certa durata e la riconosci perché produce un piacere intenso al corpo e alla mente. La senti espandersi dentro, dal cuore raggiunge le estremità più lontane e non solo del tuo corpo, hai la sensazione infatti di essere più grande, anzi enorme e di inondare l’etere con la tua essenza. Quando sei pervaso dalla gioia non riesci a stare fermo e devi, correre, saltare, abbracciare e condividere quello che provi con chi ti è accanto. Le labbra non c’è verso che restino chiuse, si aprono eccome, in un largo sorriso che coinvolge tutto il viso, e, chi guarda dall’esterno spesso nota che : “ ti ridono anche le orecchie!” Ed è vero, è proprio così. E poi sei più bello/a, più simpatica e hai una luce speciale che ti circonda, che coinvolge e contagia tutti. Nella gioia diventiamo fabbriche potentissime di adrenalina, noradrenalina, beta-endorfina e l’encefalina, ma anche di ossitocina e vasopressina. Che potenza questa gioia! Un sentimento veramente eccezionale, capace di alleggerire all’improvviso tutti i pesi che portiamo…almeno per un po’.  Ma cosa fa scatenare in noi tanta potenza?

Tu, quando provi gioia?

Marianna Maior

letture consigliate:

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__la-rivoluzione-del-cervello-libro.php?pn=5772

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__ricette-per-la-gioia-libro.php?pn=5772


 


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Madre Terra (autore sconosciuto, anche per la foto)

“Vita” è la prima parola per una questione logica. “Vita” è l’energia che anima ogni corpo vivente, animale, vegetale e minerale. Tutto vive. Tutto pulsa, tutto è in costante movimento: tutto è vita. Se in me non ci fosse vita io non potrei scrivere qui davanti al mio pc. Senza la vita in realtà, non ci sarebbe proprio niente da scrivere, da dire, da vedere… Nulla di cui parlare, nulla da pensare. Vita  è la conditio sine qua non.

Siamo vivi e quindi respiriamo, mangiamo, beviamo… innanzitutto per vivere. Poi scriviamo, amiamo, corriamo, camminiamo, viaggiamo, cantiamo … per dare un colore alla vita che altrimenti sarebbe apatia o movimento senza senso.
Perchè vita? Perchè è azione, forza, fluidità, morbidezza, pienezza, contro l’inerzia, l’immobilità, la rigidità. Contro la morte.

Tuttavia non è così semplice: una definizione che stabilisca cosa sia la vita non è stata ancora trovata e nessuno, né scienziato , né filosofo, ad oggi, è stato capace di dirci davvero cosa sia. Forse basterà pensare che è un’energia di cui non conosciamo né l’origine, né la fine, né il perchè. Già. Perché viviamo? Perché siamo qui in questi corpi, fatti in questo modo insieme ad altri animali fatti in modi diversi? Perché siamo circondati da piante, sassi e rocce e terra e aria e acqua? Perché viviamo sospesi, attaccati a una sfera in mezzo allo spazio infinito? Ma chi ha detto che è infinito, poi? E se fossimo solo noi talmente piccoli da non vederne i limiti?

La vita è la forza più potente e più sconosciuta. La vita è il mistero più grande con cui l’uomo deve vivere. Eppur vi gioca senza timore alcuno fino a modificarla e distruggerla.
Eppur, la vita è tutto quello che abbiamo. E vivere è forse l’unico modo per scoprirne il senso o forse ne è il senso stesso.
Di certo, la vita è il punto di partenza di ogni cosa e anch’io l’ho scelta come prima parola.
Quindi, innanzitutto: vita!

Marianna Maior ©

Letture consigliate:

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__l-anno-migliore-della-tua-vita.php?pn=5772

http://www.lescienze.it/news/2013/12/07/news/definizione_vita_non_soddisfacente_non_esiste-1920964/

https://it.wikipedia.org/wiki/Vita

la parola di Marianna Maior

La Parola f.to di Marianna Maior

Non è facile scegliere la prima parola da far cadere nel web, la prima che metta in vibrazione ogni singolo filo della rete. Ci ho pensato un po’ e subito alcune candidate si sono messe in fila, ciascuna convinta di essere quella giusta. Io le ho guardate attentamente e ascoltate con attenzione, e ho cercato di immaginarle in questo momento storico che la mia mente si rappresenta come un uragano violento, azionato dalla follia religiosa, dall’incapacità politica, dalla superficialità sociale, dall’avidità, dall’ignavia e da tanti altri comportamenti umani purtroppo in sintonia con questi appena citati. Un uragano è quella cosa che stravolge tutto, distrugge case, strade, addirittura modifica il corso dei fiumi e il profilo delle coste. Ma Alan Turing, in un saggio del 1950, scriveva: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» (Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950), poi qualcuno modificò il concetto rendendolo più poetico e forse più efficace, dicendo che “il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un uragano in Texas”, il famoso effetto farfalla. Quindi, eventi all’apparenza insignificanti e privi di valore sarebbero invece la causa di grandi conseguenze. Se questo è vero, come credo, se un battito d’ali può causare un uragano allora deve essere anche vero che una parola ha il potere di fermarlo.
Bene, allora quale parola per iniziare? Mi sa che ho reso la scelta ancor più difficile, a volte le premesse non aiutano. Il primo suono-parola è quello portante e, come le fondamenta di un edificio, segna già il profilo della costruzione sul quale si erige poi tutto il progetto; su di essa si azioneranno tutti gli altri suoni e dovranno essere in sintonia e risuonare armonicamente per poter creare e sorreggere la creazione stessa. A quale parola potrei affidare tutta questa responsabilità?…

Ecco ce l’ho, è la parola Vita.

Vi spiegherò perché nel prossimo post.
Nel frattempo se avete consigli o parole da suggerire son qui! A presto


Racconto

Ivo era in coda, alcune auto lo precedevano e lui aveva fretta, aveva i colloqui coi genitori. Tamburellava l’indice sul volante nell’attesa che la lentezza altrui prendesse varie direzioni, pensava ai ragazzi, al loro rendimento: era sempre peggio, ogni anno peggio e cercava una soluzione, un modo per svegliare in loro il valore del sapere, era convinto fosse qualcosa di innato, ma forse sbagliava e non se ne dava pace.
Forse Lia aveva ragione. Forse la sua scelta era quella giusta.
Lo sguardo si spostò a destra, nello specchietto e per terra, ai piedi del marciapiede, vide un micio accovacciato, pensò, che strano, non ha la posa di un gatto morto sembra stia dormendo; lo sguardo rimase immobile, l’auto lentamente procedeva e lui si ripeteva che quella posa non era da gatto morto.

Mise la freccia e accostò più che poté. Un clacson iniziò a suonare nervosamente, il solito che ha fretta di andare a fare in culo, pensò mentre aveva già i piedi sull’asfalto. Si diresse verso la bestiola, si chinò, la chiamò schioccando le labbra. Il musetto tumefatto si alzò appena e iniziò a emettere un miagolio sottile, una straziante richiesta d’aiuto proveniva da quella creatura già ricoperta da larve e parassiti mentre un occhio penzolava sporco di sangue e asfalto. Era viva. “Dio mio, come sei ridotta, tieni duro piccola”; Ivo prese il plaid nel baule, vi avvolse la bestiola l’adagiò sul sedile è partì alla ricerca di un veterinario.

Ivo arrivò in ritardo. Aprì di scatto la porta per entrare in sala riunioni e gli si fece incontro una donna strizzata nei jeans.
– Professor Vinci, è mezz’ora che aspetto di parlare con lei…- Tratteneva ogni sillaba tra le labbra nuove di botox.
– Eccomi qui tutto per lei.
-Sono la mamma di Matteo.
Ivo fece un sospiro profondo: -Signora, suo figlio mi preoccupa, è sempre distratto, parla in continuazione, ha sempre un sacco di cose da comunicare a tutti fuorché a me quando lo interrogo.
-Matteo mi dice che parla di cose di scuola, quindi?
Ecco un altro avvocato che invoca l’innocenza del cliente pluripregiudicato, pensò Ivo.
-Dice così? Io non ne sarei così sicuro. A meno che, anche lei, non pensi che le ghiandole mammarie della vicina di banco siano un argomento scolastico…
I colloqui si trascinarono per un paio d’ore, poi Ivo si rimise in auto direzione casa quando il telefono squillò, finalmente Lia! pensò.
“Ciao Ivo! Come stai? E’ tutto pronto sai, domani I fly away!”. Era felice, aveva trovato lavoro a Londra, “una cosa incredibile” sottolineava lei quando raccontava la storia, e rideva sempre sulla parola incredibile, in Italia del resto non le era mai capitato. Aveva mandato un curriculum, solo uno, quasi per scherzo, e le avevano risposto. La chiamarono, le fecero il colloquio e, ancora più incredibile, l’assunsero.
“Ma non sai che bello è sentirti così felice!” le disse Ivo.
“Si, lo sono e lo sarò di più quando anche tu ti trasferirai a Londra. Manda qualche curriculum, lì li leggono, che fai in questo paese senza speranze!”.
Ivo non voleva affrontare ancora quel discorso, ne avevano parlato già mille volte, lui non se la sentiva, i genitori erano anziani, il padre malato, troppo difficile fregarsene e andar via, anzi impossibile.
Così, spostò la conversazione raccontandole della bestiola: “Sai che ho trovato una gatta mezza morta per strada?”.
Lia amava i gatti e lui sapeva che così l’avrebbe distratta.
“L’hai salvata vero? L’hai portata da un veterinario vero? Hai visto lo stronzo che l’ha investita vero?”.
“Calmati!” la interruppe Ivo “Sono anche arrivato tardi ai colloqui per quella micia. Il veterinario dice che è messa male, ha perso un occhio e anche con l’altro pare non veda bene, era incinta, ha perso i cuccioli ma sopravvivrà; non so come, dovevi vederla!”.
“Poverina…”, sussurrò Lia dolcemente, “Ma che fai? La porti in un gattile? A chi la dai?”.
Ivo non c’aveva ancora pensato e meravigliandosi lui stesso delle parole che gli uscirono dalla bocca disse di getto: “Provo a tenerla, non sarà facile visto come l’hanno ridotta ma ci voglio provare. Devo ancora darle un nome, qualche suggerimento?”.
Un attimo di silenzio e poi Lia col suo tono impertinente disse: “Chiamala Italia!” e rise.

Marianna Maiorino

previati le ore

Vola il tempo

dal big bang

si espande lo spazio

sfreccia il tempo.

Cavallo bianco al galoppo

che va avanti

Polverizzando le carni

nel frattempo.

E’ la forza del tempo

del big bang

che gli ha impresso il senso.

Esplodendo in un momento.

Fermalo ora

ferma il tempo

lo puoi fare

Scendendo da esso.

Abbandona la bestia

Lascia che fugga

Impazzita

nell’eterno universo.

14 agosto 2015

Taglio l’erba, solitamente il sabato

mercoledì già sbucano da più parti fiorellini e ciuffi alti.

Sabato quindi la ritaglio.

Ma mercoledì è più fitta e gruppetti di fiori sfacciati sbucano ovunque.

Arriva di nuovo sabato. L’erba è di nuovo alta,  quindi la ritaglio.

Mercoledì il prato è, ancora, di nuovo,

pieno di fiori e ciuffi alti e fieri ovunque

Sabato la ritaglio…

Mercoledì: la natura è emblema di tenacia, niente la fermerà mai,

la sua funzione è la vita, sempre e comunque,

nonostante noi.

agosto 2016


Rieccomi qua, a parlare con me stessa.

Hopaperboy1 passato un paio d’ore a sfogliare i quotidiani locali e come spesso mi accade, una riflessione mi accompagna proprio mentre giro l’ultima pagina e mi trovo faccia a faccia con la pubblicità di turno: perché i giornali locali riportano i morti degli incidenti stradali o domestici? Perché è una notizia, mi direbbe qualcuno, perché alla gente interessa sapere chi muore, ricalcherebbe qualcun altro. I più sofisticati mi direbbero che la cronaca nera fa notizia, che c’è un certo spiccato interesse della popolazione verso questi eventi. Che i giornali vendono di più quando muore qualcuno, anche se è preferibile, per le vendite si intende, che ci sia un assassino. Ma allora, lasciando stare i morti ammazzati da qualcuno, se è notizia uno che muore sulla strada perché non lo è altrettanto uno che muore in ospedale? Quante persone muoiono in ospedale ogni giorno? Sono morti diverse? Che differenza c’è tra uno che perde la vita sull’asfalto e uno che la perde dopo una malattia, o semplicemente dopo aver vissuto tutta la sua vita? Noi lettori facciamo questa differenza? Lo so, sono io che non capisco, del resto scrivo per questo, per chiarirmi le idee. Ma confesso che non mi è facile. Mi lascia molto perplessa questa disparità di trattamento. La morte non ci rende tutti uguali come suggeriva la famosa poesia di Totò “La livella”? Ma ancor di più non capisco perché non facciano notizia: le guarigioni di tutte le persone salvate dai medici (mentre se per caso muore qualcuno sotto i ferri titoli a tutta pagina), le storie di chi sconfigge il cancro (che darebbero speranza e forza a chi si trova a combattere la stessa battaglia), la nascita di nuove creature (considerato soprattutto il tasso di natalità in Italia!) o semplicemente i gesti di solidarietà e amicizia. Perché la morte fa notizia e la vita no? Perché non si considera il fatto che la gente è già messa a dura prova dalla quotidianità, che la depressione è una malattia molto diffusa e grave, senza parlare dell’ansia e degli attacchi di panico che colpiscono sempre più persone? Il malessere in tutte le sue declinazioni è fortemente alimentato dalla follia dei terroristi, dalla politica amorale e parassita, dalla paura di ladri, rapinatori e stupratori, da quella parte di industria che saccheggia il pianeta e avvelena i suoi abitanti e chi più ne ha più ne metta. Sembra che il mondo sia popolato solo da schiere di pazzi che si comportano senza ritegno e come se non ci fosse un futuro. Ecco, credo sia questo il punto: dal futuro sono nutrite tutte le nostre speranze e quando lo vedi nero o non lo vedi proprio il male di vivere prende il sopravvento. I giornali ignorano questo fatto o forse pensano che due pagine di sport bastino a pareggiare il conto? E poi c’è lo stile. Anzi non c’è affatto. Un aggettivo che leggo spesso per descrivere gli incidenti stradali mortali o gravi è “spettacolare”. Se la morte di qualcuno è definita “spettacolare”, vuol dire che fa spettacolo, quindi, se fa spettacolo è uno strumento per intrattenere la gente. Ecco…non mi pare l’aggettivo più adatto, a meno che non ci sia dell’altro che mi sfugge.

Penso che siamo bombardati continuamente da notizie di morte, di terrore, di povertà, di inquinamento, di violenza. Mentre mancano totalmente notizie che nutrano la voglia di vivere, non ci sono fari che illuminano il domani, che aiutino le persone a proiettarsi nel futuro, a sognare la propria vita nel lungo periodo per vivere il presente con più leggerezza. Nelle news di tutti i giorni la gioia di vivere è la grande assente, la morte la fa da padrona… e poi si lamentano che le vendite sono in calo…

Marianna Maiorino

Immagine-2E’ notizia recente di questi giorni che una sentenza del Tribunale di Palermo abbia assolto un ex dirigente dell’Agenzia delle entrate, un simpatico sessantacinquenne che aveva l’abitudine di palpeggiare il sedere delle sue impiegate, infilare le dita tra i bottoni delle loro camicette, all’altezza del seno e di farle scivolare anche in mezzo alle cosce, nella zona vaginale. Assolto dicevamo. Assolto perché quei gesti “non procuravano appagamento sessuale” all’uomo e “perché non limitavano la libertà sessuale delle due donne”. L’uomo lo faceva in modo scherzoso, quindi per il giudice, quei gesti sono stati considerati “privi di connotati sessuali”. Già. Uno, che può mettere le mani in tanti posti, chissà perché invece sceglie proprio le tette, il culo e la vagina. Ma non si può nemmeno scherzare ora? In questo paese mi pare si stia perdendo il senso dell’umorismo! Non sono comportamenti molesti. Affatto! E’ risaputo, alle donne piace sempre da morire, quando un uomo, chiunque esso sia, come e quando vuole lui e solo lui, palpeggi e giochi con il loro corpo. Un paio di giorni fa infatti ne sono morte tre in 24 ore: dal ridere suppongo.

Sarcasmo a parte, stiamo scavando il fondo oltre ogni limite. Dall’inizio dell’anno, e siamo solo il 4 febbraio, sono già morte 10 donne. Come è possibile? Il fatto è che esistono ancora uomini che considerano la donna un oggetto, una proprietà di cui possono disporre a loro piacimento. La donna non ha, nel loro immaginario malato, il diritto di dire no. Ma come si può essere ancora a questo punto? Come è possibile che la mentalità maschilista medioevale continui a vivere in (alcuni) uomini della nostra epoca? Non è che, forse, a questi uomini vengano concesse troppo spesso, troppe scusanti e giustificazioni? Non è che forse i comportamenti di questi uomini non siano mai definiti per quello che sono e loro mai etichettati per quello che fanno. Chi palpa il culo, le tette e infila le mani tra le cosce di una che non gradisce affatto, al punto da trascinarlo in tribunale, dovrebbe essere considerato un porco. Punto e basta. Non un immaturo. Non dovrebbe avere alcuna attenuante e giustificazione. Oggi invece abbiamo addirittura un’assoluzione giudiziale. Che altro non è che un punto a favore di quegli uomini che ancora si prendono un sacco di libertà nei confronti delle donne. E alcuni, non si fermano alla toccatina libidinosa ma continuano, insistono e a volte i loro comportamenti degenerano.

Allora, signor giudice, se una donna non avesse lo stesso senso dell’humor di alcuni uomini e non volesse le dita di un uomo tra i seni, come dovrebbe fare? Se una donna non volesse le mani di un uomo sul culo, come dovrebbe fare? Se una donna non gradisse le mani di quell’uomo tra le cosce, come dovrebbe fare?

Quale messaggio pensa che arrivi grazie a questa sentenza a tutti quegli uomini che credono ancora di poter disporre a loro piacimento delle donne? Quale messaggio pensa che arrivi a quelle donne che non osano denunciare i soprusi che subiscono, per paura di non essere prese sul serio?

Possibile che la dignità delle donne, il rispetto del loro corpo e della loro persona siano così difficili da accettare e affermare?

Marianna Maiorino

Ps. Dimenticavo, una donna a Latina è stata rinviata a giudizio per maltrattamenti al marito e rischia da 2 a 6 anni di reclusione perché non lavava, non stirava né cucinava per bene al marito. Che dire, il varco spazio temporale deve essere stato scoperto: Ben tornati nel medioevo!

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Magritte, Van Gogh, Basquiat, Mondrian, Dalì, ovviamente sono tutti nomi di (alcuni) grandi pittori dell’arte moderna. Appartengono al gruppo dei migliori, i più conosciuti, i più amati, sacre divinità nell’olimpo della pittura e per questo intoccabili. Per un non addetto ai lavori cercare di comprenderne la tipicità, l’essenza della bravura è assai difficile. Nel web si girovaga da un sito all’altro alla ricerca di una chiave di lettura, un aiuto nell’interpretazione ma ci si ritrova a leggere sempre le stesse cose: sterili sequenze di parole, incapaci di trasmettere l’anima, la forza (o la debolezza) del pittore. Perché Renoir, ad esempio, è un pittore importante? Cos’hanno i suoi quadri in più? Cosa è stato capace di fare di diverso rispetto agli altri? Sono domande inutili?! Eppure Edouard Manet disse: “Renoir è un ragazzo senza talento. Ditegli, per favore di smettere di dipingere”. Questo è solo un caso, ma sicuramente ce ne sono altri anche in altri ambiti artistici. Aneddoti certo, ma che parlano di critica e opinioni diverse. Che fine fanno poi questi punti di vista personali? Perché quando un artista diventa “grande”, giudizi diversi su di lui sono una rarità? Quanti invece, sono i “grandi” artisti rimasti anonimi solo perché non incensati dalle giuste persone? O peggio ancora, morti poveri perché chi aveva il potere di farli emergere ha preferito aspettare pazientemente? La critica è strana, spesso, inutilmente feroce, specie con lo sconosciuto, ma ossequiosa e compiacente con chi è già stato piazzato sul piedistallo. Ecco perché, forse, meglio di milioni di parole sul web, di questi grandi artisti, ho imparato qualcosa in più proprio da chi di essi in fondo si è preso gioco. Mi riferisco a Philippe Wattez, in arte Lipphi, presentato nello Spazio d’Arte del vivaio Bejaflor di Portogruaro il 9 gennaio 2016. La mostra mi è piaciuta. Molto. L’artista ha avuto il coraggio di reinterpretare le opere dei grandi. Non si confronta con loro. Semplicemente li guarda con uno sguardo monello e li ridisegna con l’ironia dei bambini, con uno spirito dissacrante ma puro e di stima. «Il Modigliani» di Wattez in particolare è unico, stupendo. La donna col collo tipico della pittura di Modigliani non poteva essere più eloquente. Il collo di Lipphi non è dritto ma piegato, non troppo, il giusto per sfidare la gravità e l’anatomia sottolineando il rischio che si era preso il pittore italiano. Wattez dimostra un’ironia finissima capace di esaltare e far entrare nell’opera e nella personalità degli artisti, ma dichiarando con chiarezza e al contempo la propria personalità e il proprio carattere. Riesce ad usare la caratteristica dei grandi pittori per farla diventare anche voce, distinta, di se stesso. In questo processo artistico una stessa idea è sacra e dissacrata al contempo, e l’artista di ieri, musa ispiratrice di oggi, ne è totalmente complice.

Gli autori che hanno ispirato l’opera di Lipphi, sono: Frida Calo, Pollock, Basquiat, Mirò, Gauguin, Dalì, Modignani, Picasso, Haring, Warhol, Matisse, Mirò, Mondrian, Rothko, Bacon, Giacometti, Leger, Lichtenstein, De Chirico, Van Gogh, Magritte. Per vedere questi lavori pieni di energia c’è tempo fino a fine gennaio nello spazio arte del Vivaio Bejaflor a Portogruaro.

Marianna Maiorino

Riempiamoci gli occhi di arte, diamo nutrimento all’anima, ne gioveranno anche mente e corpo.

Per fortuna mio marito ha comprato il libro prima di ascoltare la presentazione! Il 3 giugno infatti ero andata alla presentazione del libro di Telese, “Gioventù, amore e rabbia”, ne ho scritto anche un pezzo che trovate nel blog. Ma quella sera, se avessi atteso la fine del confronto io non avrei mai comprato il libro, mio marito invece che temeva nella fila decise di sbrigare immediatamente la pratica e lo comprò così a scatola chiusa. Per fortuna!

Innanzitutto è un libro scritto bene, le frasi si susseguono rapide, il linguaggio è equilibrato e la lingua italiana è usata con eleganza e sobrietà. Il racconto è intenso, anche se più volte leggendolo mi son ritrovata a pensare ai “Ragazzi della via Pàl”, ma non vuol essere una critica. Il libro di Telese, giornalista del Fatto, commuove e fa incazzare. Se hai non più di quarant’anni con molta probabilità ti rivedi e, purtroppo, trovi in quelle storie anche la tua e ti scappa quel pensiero: “Allora è così anche per altri!”. Già “per altri” e quelle due parole per un attimo fungono da consolazione come nel detto “mal comune mezzo gaudio”. Certo esistono anche i privilegiati, quelli con un cognome che funge da passepartout e anche quelli che il mondo hanno capito subito come gira e si sono adeguati a quel meccanismo spudorato facendo buon viso a cattivo gioco. Ma, escluse le due ultime categorie molto esigue peraltro, “gli altri” son tutti nel calderone senza grandi differenze: sono i precari, i cassaintegrati o comunque gli sfruttati da qualcuno che si arroga il diritto di abusare della propria forza economica e politica.

Telese, racconta molto bene la storia di queste categorie, le sue parole suonano sentite, proprio come qualcuno che c’è passato. Racconta i suoi inizi, le sue delusioni arrivando addirittura a scrivere “ Se sono diventato giornalista io, che ho iniziato così, può davvero diventarlo chiunque”. Ma qui sospetti che, forse, nel racconto della sua storia personale manchino dei pezzi fondamentali. A parte questo, la descrizione della moltitudine è veramente ben rappresentata mentre la storia dell’autore funge solo da scenografia dove in realtà si muovono altri personaggi. Lucilla Calabria, la giornalista Maria Teresa, Ascanio Celestini, gli operai dello stabilimento di Porto Torres, Maria operaia della Fiat. Tutti vittime del famigerato sistema Italia insieme ai ragazzi dei centri sociali che “non sono partigiani come sognano, non sono eroi come pensano e non sono nemmeno demoni come li dipingono….Sono quello che bisogna capire, se si vuole impedire che l’Italia diventi un nuovo campo di battaglia”.

In conclusione è un libro che consiglio: leggetelo.