FACCIA A TERRA

Lettura sinestesica

Faccia a terra l’ho scritto io, quindi dargli una lettura sinestesica cercate di capirmi è difficile, è troppo mio e i miei sensi si sono già distesi in queste file di parole per occupare ciascuno insieme agli altri il proprio spazio che è lo stesso di tutti gli altri…

Ad ogni modo ci provo … seguitemi 😉

Ogni riga di questo racconto diffonde l’odore fresco, vellutato e confuso dell’infanzia che si scontra con i toni acri e ruvidi della vita adulta. Nelle parole ci sono i colori della rabbia e del dolore: violaceo, bluastro e verde acido opaco, che senza mischiarsi si alternano come nelle chiazze di benzina lasciate sull’asfalto da automobili mal curate, e pronte a prendere fuoco da un momento all’altro. Sono chiazze di colori netti, che se fossero sulla pelle sarebbero proprio gli stessi di quei lividi che faticano a sparire e anche quando scompaiono continui a vederli nel cuore e a sentirli ella mente dove nutrono il disprezzo anche per te stesso.

I suoni di questo racconto sono rumori sordi che odorano di terra, letame, e guerra, ma anche di latte e luce che arriva all’improvviso aprendoti le narici per mostrarti ciò che non avevi mai visto.

Consiglio di lettura:

ne ho due:

  1. Il racconto è esaltato nella sua degustazione dall’ascolto di “Flow my tears” di John Dowland  che va accompagnato da una tazza di latte caldo con miele e una goccia di rum…
  2. Si può però anche mettere in risalto una parte del racconto giocando sui contrasti così consiglierei una melodia d’annata decisamente più recente optando per Fall di Eminem da accompagnare rigorosamente con l’odore del gelsomino da far diffondere nell’aria senza limiti.

Il motto: ogni cosa lascia un segno…

FACCIA A TERRA

Un atrio in cemento spazioso. Un muro cieco che separava la casa da quella adiacente. Dopo la morte dei genitori le proprietà, quando ci sono, si dividono con muri che diventano coltelli infilati nella terra. A destra una tettoia alta e ampia per il trattore e gli attrezzi che guardava la casa grigia coi battenti verdi scoloriti dal sole. Per arrivarci con l’auto si entrava in una stradina limitata da due muretti scalcinati alti più di me.

Andavamo spesso a casa degli zii. Avevano gli animali e le cose dell’orto. Io amavo il latte fresco, mia madre ci faceva la panna che mettevamo sul caffè. Lo zio era piccolo, magro e anziano. I pantaloni legati con una cintura che faceva quasi due giri intorno alla sua vita. La canottiera bianca, le braccia magre con le vene gonfie, i muscoli vivi di un diciottenne. Camminava avanti e indietro, andava nella tettoia prendeva la forca, attraversava il cortile. Il rumore degli zoccoli che battevano e strisciano sul cemento segnavano la traiettoria. Quando entrava nella stalla tornava il silenzio, il fieno copriva il pavimento e il rumore dei passi. Ma non quelli della voce e del bastone.

Impugnava la forca e iniziava il suo rituale, metteva la paglia, prendendola dal mucchio all’ingresso; ogni movimento era il pezzo di una sequenza, rapida, chiara, automatica, come il respiro. Finito, posava la forca sul muro, prendeva lo sgabello e il secchio si posizionava sotto la vacca e le urlava di stare ferma. Era l’unica cosa che capivo in quello strano dialetto.

In genere seguivo mio padre, entravamo nella stalla mentre la luce restava sull’uscio. L’odore mi pungeva nel naso. Osservavo lo zio seduto sullo sgabello che mungeva quelle strane mammelle grosse, lunghe e tante. Le impugnava a intermittenza, tirandole giù e su, velocemente, lasciando uscire il latte in una traiettoria precisa che andava a finire direttamente nel secchio. Capitava a volte che la bestia fosse irrequieta e lui allora le urlava dietro qualcosa, a volte usava anche il bastone, ma sempre le urlava qualcosa che non capivo ma sembrava fare più male del bastone. Quando la bestia si calmava l’accarezzava e taceva.

Con la bottiglia piena di latte e calda tornavamo a casa.

Un giorno arrivammo nel pomeriggio. Mio padre ed io uscimmo dall’auto; lo zio sbattette la porta di casa e già urlava. Metà imprecazioni rimasero dentro casa addosso al figlio, voleva la moto, credo. Ricordo che mangiava merendine senza ritegno e guardava sempre la tv. Disprezzava il padre perché faceva il contadino, toccava la terra, il letame e puzzava di campagna. Mentre lui sognava di diventare Lupin o forse Umberto Smaila quello che in Tv era circondato da donne mezze nude. Si trascinava per casa, lento e silenzioso come un ladro e, appena poteva, ne usciva. Quel giorno lo vidi attraversare il cortile, non voleva farsi vedere ma io lo vidi e lui con lo sguardo mi lanciò un avvertimento: “Tu non mi hai visto”. Sapeva che non avrei parlato, perché una volta lo feci, e lui mi scaraventò a terra ma mentre io non mi feci niente, lui si inciampò sui suoi passi e finì col muso sul ferro del corrimano. Gli sanguinò il naso tutto il giorno. Da quella volta mi stette lontano.

Di norma tornava giusto per cena, aveva sempre fame, trovava il posto apparecchiato e la madre ad aspettarlo come fosse un gattino randagio. Il padre quasi sempre in piedi, non riusciva proprio a stare fermo nemmeno a tavola. Prendeva e toglieva le cose dal frigo, dalla dispensa dalla tavola. Si sedeva, appoggiava il formaggio sul tagliere, lo tagliava stando attento allo spreco, prendeva il pane e raccoglieva le scagliette, il vino era nel bicchiere, la bottiglia già nella dispensa. Lo ricordo bene, perché quando ci fermavamo a cena ci dava un pezzo di pane, salame e formaggio, due dita di vino per mio padre, acqua e vino per me. Non mi guardava mai negli occhi. Ricordo anche che mio padre di tanto in tanto l’aiutava nei campi, e io rimanevo in giro a giocare con le foglie, i sassi, la terra e osservavo cosa facevano. Se mio padre sbagliava qualcosa, a tagliare la legna o non raccoglieva tutto come gli aveva detto lui, sbatteva l’attrezzo che aveva in mano, dava un calcio alla terra e urlava. Non credeva in Dio eppure lo bestemmiava come fosse comunque la causa di tutti i mali. Era stato partigiano e aveva fatto la guerra. Aveva conosciuto la paura, la fame, l’odio, la cattiveria e gli erano rimaste attaccate addosso. Poi, tornò e decise di ricominciare la sua vita dalla terra, seminandovi cosa era rimasto di lui. I campi, le bestie, il raccolto, il letame tutto aveva un ordine, un uso, un tempo che lui conosceva bene e non ammetteva che gli altri ignorassero. Quell’uomo mi spaventava anche se avevo notato che quando urlava non mi guardava mai, io ne avevo paura e lui lo sapeva. Ero una bambina piccola, coi codini, con due occhi grandi che lo seguivano ovunque. Mi incuriosiva. Come tutte le cose che si temono, mi attraeva. E poi lui, la mia paura la conosceva e vedeva. Il figlio invece non aveva paura. Il figlio se ne fregava. Quel padre era troppo vecchio, troppo contadino, puzzava, razionava cibo e soldi. Quel padre non sapeva godersi la vita. Lui invece era giovane, forte e bello, almeno così gli ripeteva la madre ogni giorno guardando soddisfatta la carne della sua carne. E di carne lei ne aveva troppa.

Quel giorno comunque il figlio non tornò per cena. Mio padre andò a cercarlo e mi lasciò a casa dagli zii. Seduta su una sedia in un angolo con la paura di respirare troppo forte. Poi mi addormentai. Mi svegliarono le urla di mia zia, implorava di non far male al figlio che mio padre aveva recuperato in un bar dopo tre ore di ricerche. Mio zio aveva uno sguardo infuocato, credo di disprezzo e la cintura nella mano. Camminava avanti e indietro sbattendo gli zoccoli. Mia zia gli si metteva davanti cerando di far sgattaiolare il figlio in camera, ma prima di riuscirci si beccò due frustate anche lei, alla fine il figlio riuscì a infilarsi nella porta che portava al piano superiore, subito chiusa dal corpo della madre.

Quella notte non riuscì a dormire, quella cintura usata come un arma non l’avevo mai vista.

Poco tempo dopo accadde un altro fatto. Raccoglievo l’uva e avevo le mani indolenzite dalle forbici. Riempivo il mio secchio e lo svuotavo in quello più grande vicino al trattore. Eravamo nella vigna e mi stavo divertendo. Potevo anche salire sul trattore fermo e guardare tutto dall’alto e anche riempirmi la bocca di uva ma stando molto attenta a non farmi vedere dallo zio, temevo mi sgridasse perché con l’uva ci doveva fare il vino. Vicino a mezzogiorno, ricordo che tenevo il mio secchio con due mani mentre andavo verso il trattore per svuotarlo, incrociai lo zio alla fine del filare, abbassai la testa ma non prima di vedere il suo sguardo trasparente posarsi nel mio, vidi la sua mano allungarsi verso il mio viso; strinsi subito gli occhi mi aspettavo uno schiaffo che non arrivò e rimasi stupita di sentire invece un tocco caldo e lieve segnare come un pennello la mia guancia, e il suono della sua voce declinare in dialetto il mio nome, mentre con l’altra mano mi toglieva il peso del secchio e anche quello della paura.

Mio zio ricordo morì pochi anni dopo.

Mi dissero che la rabbia gli mangiò il fegato. Una settimana dopo il funerale andai con mio padre in ospedale, lo aveva chiamato la zia perché avevano ricoverato il figlio. Questa volta lo avevano trovato nella stazione del paese vicino, disteso con la faccia a terra nel sottopassaggio, i denti rotti, il sangue che usciva da una vena del braccio e un ematoma sul viso che lo deformava. Frequentava gente come lui, persa nell’illusione di una vita senza salite e senza sudore. Ricordo la madre seduta su una sedia verde chiaro dalla quale straripavano le sue cosce, mio padre in piedi la guardava e iniziarono a parlare dello zio.

-“Aveva tutte le ragioni del mondo per urlare e imprecare. Ne aveva passate tante”.

-“Si la guerra…” disse mio padre quasi annoiato.

-“Forse quella è stata il meno”.

– “Di che parli allora?”.

La zia si fissava le mani, gonfie e ruvide e disse.

“Era rimasto orfano a 4 anni con il fratello di due anni più grande. Del fratello non ha saputo più niente, mentre lui fu preso da una famiglia mezza imparentata con la sua. Ma lo tenevano come una bestia. La sua camera da letto era lo zerbino della porta di ingresso. Doveva lavorare per loro e mangiare il giusto per non svenire. D’inverno mentre gli altri stavano dentro al caldo a magiare e bere lui stava fuori e aveva imparato a proteggersi dal freddo muovendosi come un furetto.

Fino ai 15 anni circa ha vissuto così. Poi se ne è andato, ha trovato lavoro in un paese vicino come garzone tutto fare. A 18 anni è partito per la guerra. Ma più di 10 anni vissuti come un animale non glieli ha più tolti nessuno. Non ha mai dimenticato quei cani che l’hanno lasciato a dormire sull’uscio di casa quando aveva 4 anni.

Ho raccontato questa storia a Claudio prima che il padre morisse, speravo lo aiutasse a cambiare o solo a comprenderlo. Ma era come se gli stessi dettando la lista della spesa che lui nemmeno si appuntava. Forse gliel’ho raccontata troppo tardi o troppo male”.

Mio padre rimase fermo in piedi a fissarla. Dalla porta spalancata a fianco entrò poco dopo il giovane medico di turno, facendo rimbalzare sui vetri il rumore dei suoi zoccoli.

-“E’ la madre di Claudio Fantin?”

– “Si”.

“Signora, mi dispiace ma suo figlio è molto grave. E’ stato picchiato molto duramente, ha il fegato spappolato e un ematoma in testa molto esteso. Potrebbe non farcela”. Il medico allungò una mano a mia zia e continuò: “Nella tasca dei pantaloni gli hanno trovato solo questo foglietto”.

Lei lo prese, era piegato in quattro e lo aprì. Era il foglietto di un block notes, ingiallito dal tempo e macchiato d’unto.

C’era scritto:

“A 4 anni ha perso i genitori. Fino a 15 ha dormito su uno zerbino come una bestia. A 18 è partito per la guerra. A 50 anni gli sono nato io”.