Corona e Maieron: “Quasi niente”

Lettura sinestesica

Con “Quasi niente” siamo nella montagna di Corona e di Maieron, e la prima cosa da capire è che per affrontare ogni pagina ci vuole la giusta attrezzatura: moschettoni, chiodi, picozza, corde varie, per salire o per scendere, questo dipende sempre e solo dal punto di partenza che è fuori dal libro, di solito di fronte.

Un appiglio sicuro comunque, pagina dopo pagina, lo offre Luigi Maieron, perché riporta la narrazione sempre alla sua essenza, al suo fine. E lo fa anche là dove ricorda la saggezza montanara, cioè la capacità di guardare “sempre la vita dall’angolazione dell’essenzialità”. Ma cos’è l’essenzialità? È eliminare il superfluo, dice, andare subito alla sostanza, al cuore delle cose. La chiama saggezza montanara. Saggezza? Forse, di sicuro però, è un atteggiamento che ha il suo rovescio; andare direttamente all’essenza delle cose seguendo la linea retta, può avere cioè  l’effetto di una stilettata o di un bisturi e quando la mano non è quella di un chirurgo esperto, può fare molti danni. Questo il problema di alcune persone.

La sensazione leggendo questo libro è che le pagine, tornino alla loro essenza, sono di legno, alberi ancora vivi che coprono le montagne e ogni montagna non è che il pezzo di una storia dura, difficile, costellata dal dolore, dal fallimento, che può essere superato certo, ma solo vivendo.

Consiglio di lettura.

Porsi una domanda: di cosa ho bisogno per essere felice davvero?

Di cosa parla il libro

Racconta le storie degli ultimi, delle persone che hanno dovuto affrontare ostacoli duri e l’hanno fatto, a modo loro. Anche arrendendosi. Questo ‘Quasi niente’, è un libro che dedica le sue pagine alla sconfitta, al fallimento, ma che, secondo gli autori, hanno diritto comunque di essere ricordati, bisogna “lottare contro la dimenticanza” afferma Mauro Corona. E un passo che coglie il senso di tutto è il seguente:

“In realtà dobbiamo capire che nessuno è un fallito. Uno nasce, cresce e muore con quello che gli capita”.

Ditelo a chi vi giudica,  a chi fosse stato nei vostri panni.. e chissà…che fine avrebbe fatto…

Il fallimento è un’opera pia?

Questo è quello che alla fine afferma Corona, che tra le sue (troppe) citazioni, mette anche uella di  François de la Rochefoucauld: “nelle disgrazie dei nostri amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto, perché noi non siamo buoni”. Il fallimento degli altri in altre parole ci renderebbe felici, e in quest’ottica, il fallimento, si trasforma in una vera e propria “opera pia”, un modo per fare del bene agli altri, “chi fallisce di fatto rende felice un sacco di persone”.

Punto dolente del libro

L’abbiamo già detto in apertura, con “Quasi niente” Mauro Corona e Luigi Maieron ci portano nelle loro montagne. Corona è uno strano scrittore dal carattere plasmato dalle vette su cui si arrampica, forse per cercare di risalire la sua anima e guardarla in faccia,  ha sì i modi semplici della gente di montagna, ma il suo pensiero sa avere anche la profondità vertiginosa dei precipizi che si incontrano nelle camminate più impegnative.

Tuttavia, e arrivo al punto,  in questo libro c’è troppa autoreferenzialità, troppe citazioni, troppo bisogno di dover dimostrare qualcosa. E ancora di confessarsi ma solo per autoassolversi: “sono stato un esibizionista , ma leale”, “ho interpretato Giuda per vent’anni la notte del Venerdì Santo durante la processione qui a Erto… tanto che ho continuato a tradire. Però ho la lealtà di confessaro” e ancora “Sono stato un lazzarone però bonario”. Insomma c’è tutto un universo di normalità, cioè di vanità, di tristezza, di vita che lui, Corona, si diverte a camuffare o a nascondere infilandola nei libri. Ma questo approccio, secondo me ha sminuito proprio quell’essenzialità che il libro vorrebbe invece esaltare.

Ps. Ma, se c’è da una parte Corona che tira la narrazione troppo su di sè e sulle citazioni che affollano le pagine, per fortuna c’è Maieron che la riporta alle storie narrate, a quel che sono, semplicemente. Quasi niente in realtà è tutto il resto.