Dopo la pioggia.

L’ultimo temporale estivo d’agosto

ha appena bagnato l’asfalto.

Vestita d’estate, sempre fuori tempo,

cammino con i piedi vestiti di sole

e i pensieri pieni di pioggia.

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Quel colore bianco puzza di bruciato! Sì, ma non è sinestesia!

Quanti fuochi accesi ieri sera! Ogni quartiere ha richiamato giovani, adulti e piccini intorno al proprio falò. Quante fiamme che danzavano e ondeggiavano sui cieli tersi e stellati di Pordenone e provincia. Eh? (bene, adesso il tono svenevole è finito).

Dicevo: quante befane bruciate, ovviamente solo dopo che hanno consegnato tutti i doni (ben 2 miliardi di euro spesi in Italia in calzette, dolcetti, regalini e minchiatine che dobbiamo far girare l’economia alla faccia dell’epifania. Aperta parentesi (dicasi epifania “La manifestazione della divinità in forma visibile” nello specifico la divinità è il Cristo, Gesù. Qualcuno se lo ricorda? Era quello che parlava di vivere in povertà, di amare il prossimo (tutto il prossimo eh anche quello che ti sta.. mmmmh.. che ti sta proprio lì!). Gesù dai, quello che chiedeva di lasciare tutto e seguirlo, già, ma non aveva considerato che camminando sulle acque lui non ha lasciato mica molte impronte.

Ma torniamo ai falò. Ieri, quanti falò, casere, foghere, pire, montagne di legna, bancali, gomme, oli (forse ma speriamo di no),  e cose varie ed eventuali avranno bruciato, che “si profita” o “se profita” “ghe sè la foghera”? Del resto, non è l’antico rito della purificazione e della consacrazione?

Ma cosa avremmo mai consacrato ieri sera oltre a bronchi e polmoni?

Ora, non voglio mettermi a fare il censimento esatto di falò o casere dir si voglia e tanto meno delle povere befane, ma così, a naso posso dire con certezza che sì erano troppi! Decisamente troppi!

Faccio una brevissima cronaca. Tornando a casa ieri sera, 5 gennaio del 2020, alle ore 23 circa, nel tragitto San Quirino, Cordenons, Pordenone Azzano Decimo, Gruaro, tutto era avvolto da una nebbiolina biancastra che odorava di bruciato e garantisco: non era sinestesia, no! No! Non era una questione neurologica, non era un colore che oltre alla vista attiva anche l’udito. No! Era semplicemente fumo, effetto diretto della combustione che sprigiona oltre al fumo anche un odore acre, pungente e contemporaneamente migliaia di famigerate polveri sottili, quelle per le quali ci rompono i coglioni ogni inverno “targhe pari sì, targhe dispari no, e abbassa il riscaldamento e non accendete il camino a legna”; ecco proprio quelle, che ieri tra l’altro hanno fatto registrare un valore di 74 µm/Nm3 mentre il 21 dicembre era di appena 14 µm/Nm3 .  E come mai? Perché il 5 gennaio ogni cazzo di quartiere (ma anche ogni condominio, via e giardino privato e pollaio) deve fare il suo falò. E liberare nell’aria in nome della tradizione, milioni di particelle dannose, cancerogene. Ecco ieri sera era tutta una polvere sottile credetemi.

Belle le tradizioni. Non si tocchino le tradizioni.

E no, per carità e chi le vuole toccare. Viva le tradizioni!

Ma tipo, pensare a un falò 4.0?

Un falò olografico. Provate a immaginare: schermi olografici pieni di pixel in ogni quartiere, effetti speciali, fiamme pazzesche come nei film “Hellboy” o “Spawn – Hell, Malebolgia”.

E sì, lo so come si fa poi per i pronostici legati alla direzione che prende il fumo? come si fa? Beh, Vuoi che non ci sia un cazzo di algoritmo che spara il fumo grazie a una lettura simultanea dei venti reali? C’è un algoritmo per ogni minchiata vuoi che proprio per il fumo della casera non ci sia? E se proprio non c’è l’algoritmo, si fa andare il fumo come dicevano  i latini a cazzum, che non è poi tanto diverso da quanto già accade, no?

E poi volete mettere: befane per tutti i gusti! Magari con versioni vietate ai minori con vecchiette che … no, no, non mi riferivo a quelle vecchiette lì, no le milf, le gilf o cougar no! (anche se perché no poi) comunque, io mi riferivo a befane vere che urlano nelle fiamme come tante Giovanna d’Arco o come accadeva alle presunte streghe medioevali. Un po’ macabro lo so, terribile anzi. Ma oggi non è forse macabro lo stesso? Mettere in scena il rogo di una donna, finta per carità, ma non è pur sempre una donna la befana? Avete mai visto un befano maschio bruciare al rogo? No! Non l’avete mai visto! E perché non bruciamo anche Babbo Natale? Lui no, non si brucia,  anzi lo si aspetta e gli si offre il panettone e la play station o quella roba con le serie tv, no?! Si bruciano solo le donne. Fino a prova contraria la befana è una donna, lo si fa tutti gli anni, davanti agli sguardi dei bambini, gli stessi bambini che prima incassano il regalo poi mangiano e bevono guardando il rogo della povera vecchia befana. Ma non è assurdo?

Sì, lo è. Anche perché nessuno più si ricorda che l’epifania il cd dodicesimo giorno dopo il natale, prima di Cristo e anche un po’ dopo Cristo, era il giorno dedicato alla dea dell’abbondanza, Diana per i romani, legata ai riti agrari, ma poi un bel po’ dopo Cristo, la chiesa, ha voluto eliminare, bruciare appunto, il culto pagano legato alla dea dell’abbondanza e così la bellissima dea Diana è stata trasformata in una vecchia orribile e cattiva ma, che stranezza, che porta i doni…

Il futuro secondo me è per quel che vale la mia opinione, dei falò olografici, miliardi di versioni di falò da far sbizzarrire tutti i grafici del mondo e dare lavoro a tanta gente piena di creatività. Questo è il futuro della foghera, casera, falò e quel che volete. Per consacrare con i santi bit o pixel o come cavolo funzionano le immagini olografiche, la salute e l’ambiente e avviare un processo di sana purificazione dell’aria grazie al famoso progresso tecnologico!

Ecco questo è quanto ho pensato ieri sera quando sulla mia scopa ho attraversato il cielo per rientrare a casa e ho dovuto indossare la maschera anti gas tanto non si poteva respirare!!

Ricordo che questa è una campagna di sensibilizzazione privata sull’abuso indiscriminato di casere, sul risparmio della vita delle befane e sull’uso sano e consapevole della tecnologia.

Stefano Benni, Prendiluna ed io.

Dietro le quinte del Teatro Verdi

Era la serata di chiusura di PordenoneLegge… eravamo Lui ed io, uno di fronte all’altra dietro le quinte del Teatro Verdi di Pordenone (si d’accordo non eravamo soli ma per me era come se lo fossimo).

teatro Verdi Pordeone
Stefano Benni

Io, con la consapevolezza di avere davanti a me uno scrittore magnifico, uno che fa vivere nella sua letteratura tutta la varietà che esiste in una lingua, riuscendo così a rappresentare la vita in tutte le sue sfumature con abilità chirurgica e dissacrante; e Lui, che pur concentrato nel dover entrare in scena davanti a un teatro stracolmo, a me, una tra le tante persone che incontra per lavoro, al momento donnina schermofila (per dovere), ha dedicato due parole e la dedica sul suo libro con modi semplici, spontanei e riflessivi.


Compaiono i personaggi

Poi è andato sul palco e proprio come parlava con me dietro le quinte, nello stesso modo, con la stessa naturalezza ha iniziato a parlare a non so quante persone. L’unica differenza, rispetto a quando era con me dietro le quinte, è stata che sul palco con lui, improvvisamente, sono comparsi tutti i personaggi di Prendiluna, sbucavano lentamente da dietro i drappi del teatro, lo sostenevano e guidavano nella lettura dei brani mentre, dall’altra parte, il pubblico ascoltava, rideva, si riconosceva, rifletteva.

 


IN COSA CREDE STEFANO BENNI

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Ma sul palco c’è stato anche spazio per alcuni racconti intimi, Stefano Benni infatti ha raccontato di quando gli hanno chiesto se era credente e lui ha risposto: “Io sono molto, molto, molto, credente. Io credo nella grandezza dell’universo, dei sentimenti, delle emozioni, credo nel dolore, nella sofferenza, credo nell’amicizia, credo nella Nutella. Credo in un sacco di cose.” Poi prende fiato e dice scandendo bene le parole: “N o n   c r e d o     p e r   n i e n t e   nelle religioni monoteiste specialmente quelle che usano le parole  E R E  S I A   E  I N F E D E L E.


Prendiluna, Stefano Benni , ed. Feltrinelli

Come è nata Prendiluna

Poi ha svelato a tutti di quando aveva deciso di non scrivere più romanzi, e ne era convinto, sino al giorno in cui ha ricevuto la mail di una studentessa straniera che gli ha scritto, con un italiano incerto, che avrebbe tanto voluto scrivere una tesi su di lui “perchè è ancora momentaneamente vivo”. La ragazza intendeva che posto che è vivo poteva fargli un sacco di domande, ma in realtà, ha spiegato Benni, quella frase ha espresso un concetto filosofico notevole e – ha detto – “mi ha ricordato che sono momentaneamente (ancora) vivo, e devo approfittarne”: da questa riflessione è nato “Prendiluna”.

 

E qui mi fermo. Le cose raccontate sul palco sono state tante, “l’incontro con l’autore” , come si dice, è stato meraviglioso, si è perso di sicuro qualcosa chi non ha potuto assistervi. Io ho cercato di raccontarne i tratti salienti tralasciando la lettura dei brani del libro perché o si ascoltano dall’autore e Benni  sul palco del Verdi di Pordenone è stato esilarante, o si legge il libro. per quanto riguarda quest’ultimo punto io l’ho letto e credo che lo rileggerò e rileggerò ancora…Se volete sapere perché continuate a leggere qui Prendiluna.