Ci sono storie che riemergono solo quando si ha la pazienza di seguire le tracce, una dopo l’altra, senza fermarsi alle versioni comode.
In questo video racconto come sono arrivata a identificare l’uomo che ha ammesso di essere andato nell’ex Jugoslavia, durante la guerra, a sparare.
Un lavoro fatto di verifiche sui luoghi, confronti e domande. Perché il giornalismo resta, prima di tutto, un esercizio di responsabilità verso i fatti. La suggestione va bene per scrivere romanzi non per fare inchieste.
“In foto i bossoli dei mortai usati durante l’assedio di Sarajevo. Si trovano maggiormente sulle colline, mi hanno detto. Oggi li trovate nei negozi della città perché ci sono giovani artisti che lavorano i metalli, che li raccolgono e decorano. Trasformano contenitori di morte in contenitori di fiori, di vita. Cercano di trasformare quanto resta a testimoniare l’orrore nella speranza di trasformare anche il loro dolore in qualcosa di più accettabile. Forse è l’unico modo per loro di rielaborare l’orrore. Del resto, come si può vivere dopo aver subito tanta ferocia? Come si può continuare ad avere fiducia negli esseri umani dopo tutto quanto si è visto e vissuto?
Di certo, in tutto quello squallore umano che la guerra nei Balcani (ma non solo quella) ha fatto emergere, i cecchini ne sono una delle massime espressioni. I bastardi di Sarajevo, come li ha ben definiti il giornalista e scrittore Luca Leone già nel titolo del suo romanzo, oltre ad uccidere persone inermi e indifese mentre camminavano o erano nelle proprie abitazioni, impedivano anche agli altri di soccorrere i feriti. La loro tattica era infatti quella di sparare, colpire, ma senza uccidere al primo colpo. Perché? Perché sapevano che sarebbero arrivati i soccorsi e avrebbero avuto più bersagli. In questo modo le persone hanno dovuto rinunciare a soccorrere amici, parenti o semplicemente estranei a terra colpiti, bisognosi di aiuto.
Una delle peggiori specie di essere umano è proprio il cecchino, che colpisce gente disarmata e indifesa. Il cecchino tratta l’essere umano come “animale a due gambe”. Sarà un caso la maggior parte di loro sono cacciatori?
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Durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1996, alcuni facoltosi stranieri pare venissero accompagnati sulle colline intorno alla città per… sparare ai civili. Come fosse un safari. Solo che le prede erano esseri umani. Diverse testimonianze raccontano questo orrore.
Nel 2022 il documentario Sarajevo Safari ne parla grazie al regista Miran Zupanič. Il lavoro del regista sloveno racconta di ex agenti dell’intelligence e testimoni locali che descrivono la presenza di “turisti del massacro” — tra cui americani, russi, canadesi, italiani — che pagavano per imbracciare un fucile e colpire dal vivo uomini, donne, bambini. Le postazioni erano predisposte dall’esercito serbo-bosniaco, e i colpi partivano da quartieri come Grbavica e Pale.
In Italia, il 9 luglio 2025, il giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni ha depositato le sue indagini autonome, raccolte durante anni di lavoro e ricerche. Solo pochi giorni prima dell’attività di Gavazzeni avevo scoperto questa storia grazie a un viaggio a Sarajevo e ne ho parlato il 10 luglio in un video su Facebook che trovate qui di seguito.
Qualche dato aggiuntivo sulle uccisioni dei cecchini, seppur non limitati agli stranieri, danno la misura dell’orrore: 225 civili uccisi, tra cui circa 60 bambini, e oltre 1.030 feriti. Molti colpi non miravano a uccidere, ma a ferire gravemente: lo scopo era attirare altre persone – familiari, soccorritori – e colpire anche loro. Una tecnica calcolata, pensata per umiliare, disumanizzare, annientare psicologicamente. Lo hanno testimoniato osservatori dell’ONU, giornalisti- ne ricordo uno fra tutti Franco di Mare , e chi è sopravvissuto guardando cadere la propria gente.
E cosa pensiamo stia accadendo a Gaza coi palestinesi?