photo by mariannamaior

Io sono qui solo a metà, una parte di me è in una stanza a far servizi, montaggi, letture, cercare persone che aiutino a mettere a fuoco la situazione, mentre l’altra parte non c’è più. Notte tempo è finita in qualche decreto incerto. Bloccata tra i vari divieti, di lei, da allora, non so più niente a parte che mi manca.
Mi manca quando fa scorrere lo sguardo sulle vetrine mentre passeggio, e mi manca quando incrocia gli sguardi degli altri sia quelli che sorridono che quelli che scendono dall’alto in basso.
Mi manca quando stringe le mani per salutare e le maniglie che in realtà non ha mai toccato perché uso sempre il gomito per aprire le porte se non sono a casa mia.
Mi manca quando parla con le mani anche per mandare a quel paese il solito che si butta in autostrada dalla corsia di incanalamento senza darmi la precedenza.
Mi mancano anche tutti i suoi gesti quotidiani: prendere (o dimenticare a casa) la borsa dello sport, litigare con le chiavi della redazione che non indovino mai quella giusta. Mi manca quando vede i ragazzi entrare e uscire dal mio ufficio con le bottiglie d’acqua, e sentire quelle 10 volte al giorno ( vabbè sono un po’ meno) il direttore chiamare la moglie con il comando vocale: “Chiama Gloria amore grande”.
Mi manca quando mi faceva indossare i tacchi e poi pentirmene: la comodità è un’altra cosa.
Mi manca quando andavamo al cinema, adesso poi che lo pulivano pure.
E mi manca il vino bevuto al bar e i menù stropicciati dei ristoranti che girava e rigirava perché non so mai cosa mangiare.
E poi decreto dopo decreto adesso sono al punto che iniziano a mancarmi anche le cose che non faccio mai ma che sono già impellenti. Le camminate in montagna, con calma gustandomi ogni albero, fiore, filo d’erba; andare in giornata a Padova per vedere il Musme e il giardino botanico che è una vita che ci devo andare, dalla mia vita precedente quella di quando potevamo andare in stazione in mezzo ai pendolari e se uno tossiva senza coprirsi la bocca era solo un maleducato e non uno che metteva in pericolo la salute pubblica.
Mi manca aspettare in auto, ferma davanti alle strisce che gruppi di studenti che sembrano greggi con lo zaino attraversino la strada bloccandola per pochi minuti percepiti sempre come infiniti. Mi mancano gli incontri casuali e anche quelli causali perché da cosa nasce cosa e ci scappa che ci racconto una storia.
Mi mancano i concerti con la gente ammassata, quella che crea gli aerosol sì ma al ritmo della musica magari di James Blunt che ci dovevamo andare il 27 marzo.
E mi manca la gente ma quella nostra italiana disordinata e chiassosa che quando siamo all’estero ci riconosciamo dal volume delle chiacchiere al tavolo.
Queste file ordinate, lunghe, tutti distanziati, silenziosi, rispettosi, mi par di essere in un riformatorio. Se penso che c’è voluta una pandemia a metterci tutti in fila beh sai che vi dico forse era proprio bella quella indisciplina.

Una mia poesia vecchia, molto vecchia , scritta quindi in tempi non sospetti…. ma che oggi non potrei leggere in nessuno luogo!! Verrebbe persino #DeLuca il governatore della Campania con il lancia fiamme, come peraltro ha davvero minacciato di fare a chi voleva fare un festa per festeggiare la laurea , giustamente aggiungo

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

In biblioteca
(istituto giuridico Cattolica Milano)

Mensole ingobbite dai libri di diritto
impolverati
mi isolano insieme a tanti estranei,

In questa stanza affollata da pensieri disordinati
davanti a occhi puntati
nel vuoto
di ragazzi
distratti,
sospiro.

Sospiro annoiata leggendo quei fogli davanti
ai miei occhi,

rigati di un inchiostro
che vuol tracciare i binari
alla vita.

Seguendo quelle righe senza rima
di testi vecchi senza progresso
attraverso nel presente
la coscienza inerte
dello stato delle cose.
col dito annoiata tolgo la polvere da un libro sdraiato
ehccccciiuuu!!!!!!
l’allergia si sveglia
tutti gli sguardi mi colpiscono.

Un filo di perle
nere come il kajal per
coronare lo sguardo
fisso verso
una schermo senza risposte
che sa solo

rimandare alle domande
infilate una a una
nel filare narcisitico

di questo tempo.

Quanti fuochi accesi ieri sera! Ogni quartiere ha richiamato giovani, adulti e piccini intorno al proprio falò. Quante fiamme che danzavano e ondeggiavano sui cieli tersi e stellati di Pordenone e provincia. Eh? (bene, adesso il tono svenevole è finito).

Dicevo: quante befane bruciate, ovviamente solo dopo che hanno consegnato tutti i doni (ben 2 miliardi di euro spesi in Italia in calzette, dolcetti, regalini e minchiatine che dobbiamo far girare l’economia alla faccia dell’epifania. Aperta parentesi (dicasi epifania “La manifestazione della divinità in forma visibile” nello specifico la divinità è il Cristo, Gesù. Qualcuno se lo ricorda? Era quello che parlava di vivere in povertà, di amare il prossimo (tutto il prossimo eh anche quello che ti sta.. mmmmh.. che ti sta proprio lì!). Gesù dai, quello che chiedeva di lasciare tutto e seguirlo, già, ma non aveva considerato che camminando sulle acque lui non ha lasciato mica molte impronte.

Ma torniamo ai falò. Ieri, quanti falò, casere, foghere, pire, montagne di legna, bancali, gomme, oli (forse ma speriamo di no),  e cose varie ed eventuali avranno bruciato, che “si profita” o “se profita” “ghe sè la foghera”? Del resto, non è l’antico rito della purificazione e della consacrazione?

Ma cosa avremmo mai consacrato ieri sera oltre a bronchi e polmoni?

Ora, non voglio mettermi a fare il censimento esatto di falò o casere dir si voglia e tanto meno delle povere befane, ma così, a naso posso dire con certezza che sì erano troppi! Decisamente troppi!

Faccio una brevissima cronaca. Tornando a casa ieri sera, 5 gennaio del 2020, alle ore 23 circa, nel tragitto San Quirino, Cordenons, Pordenone Azzano Decimo, Gruaro, tutto era avvolto da una nebbiolina biancastra che odorava di bruciato e garantisco: non era sinestesia, no! No! Non era una questione neurologica, non era un colore che oltre alla vista attiva anche l’udito. No! Era semplicemente fumo, effetto diretto della combustione che sprigiona oltre al fumo anche un odore acre, pungente e contemporaneamente migliaia di famigerate polveri sottili, quelle per le quali ci rompono i coglioni ogni inverno “targhe pari sì, targhe dispari no, e abbassa il riscaldamento e non accendete il camino a legna”; ecco proprio quelle, che ieri tra l’altro hanno fatto registrare un valore di 74 µm/Nm3 mentre il 21 dicembre era di appena 14 µm/Nm3 .  E come mai? Perché il 5 gennaio ogni cazzo di quartiere (ma anche ogni condominio, via e giardino privato e pollaio) deve fare il suo falò. E liberare nell’aria in nome della tradizione, milioni di particelle dannose, cancerogene. Ecco ieri sera era tutta una polvere sottile credetemi.

Belle le tradizioni. Non si tocchino le tradizioni.

E no, per carità e chi le vuole toccare. Viva le tradizioni!

Ma tipo, pensare a un falò 4.0?

Un falò olografico. Provate a immaginare: schermi olografici pieni di pixel in ogni quartiere, effetti speciali, fiamme pazzesche come nei film “Hellboy” o “Spawn – Hell, Malebolgia”.

E sì, lo so come si fa poi per i pronostici legati alla direzione che prende il fumo? come si fa? Beh, Vuoi che non ci sia un cazzo di algoritmo che spara il fumo grazie a una lettura simultanea dei venti reali? C’è un algoritmo per ogni minchiata vuoi che proprio per il fumo della casera non ci sia? E se proprio non c’è l’algoritmo, si fa andare il fumo come dicevano  i latini a cazzum, che non è poi tanto diverso da quanto già accade, no?

E poi volete mettere: befane per tutti i gusti! Magari con versioni vietate ai minori con vecchiette che … no, no, non mi riferivo a quelle vecchiette lì, no le milf, le gilf o cougar no! (anche se perché no poi) comunque, io mi riferivo a befane vere che urlano nelle fiamme come tante Giovanna d’Arco o come accadeva alle presunte streghe medioevali. Un po’ macabro lo so, terribile anzi. Ma oggi non è forse macabro lo stesso? Mettere in scena il rogo di una donna, finta per carità, ma non è pur sempre una donna la befana? Avete mai visto un befano maschio bruciare al rogo? No! Non l’avete mai visto! E perché non bruciamo anche Babbo Natale? Lui no, non si brucia,  anzi lo si aspetta e gli si offre il panettone e la play station o quella roba con le serie tv, no?! Si bruciano solo le donne. Fino a prova contraria la befana è una donna, lo si fa tutti gli anni, davanti agli sguardi dei bambini, gli stessi bambini che prima incassano il regalo poi mangiano e bevono guardando il rogo della povera vecchia befana. Ma non è assurdo?

Sì, lo è. Anche perché nessuno più si ricorda che l’epifania il cd dodicesimo giorno dopo il natale, prima di Cristo e anche un po’ dopo Cristo, era il giorno dedicato alla dea dell’abbondanza, Diana per i romani, legata ai riti agrari, ma poi un bel po’ dopo Cristo, la chiesa, ha voluto eliminare, bruciare appunto, il culto pagano legato alla dea dell’abbondanza e così la bellissima dea Diana è stata trasformata in una vecchia orribile e cattiva ma, che stranezza, che porta i doni…

Il futuro secondo me è per quel che vale la mia opinione, dei falò olografici, miliardi di versioni di falò da far sbizzarrire tutti i grafici del mondo e dare lavoro a tanta gente piena di creatività. Questo è il futuro della foghera, casera, falò e quel che volete. Per consacrare con i santi bit o pixel o come cavolo funzionano le immagini olografiche, la salute e l’ambiente e avviare un processo di sana purificazione dell’aria grazie al famoso progresso tecnologico!

Ecco questo è quanto ho pensato ieri sera quando sulla mia scopa ho attraversato il cielo per rientrare a casa e ho dovuto indossare la maschera anti gas tanto non si poteva respirare!!

Ricordo che questa è una campagna di sensibilizzazione privata sull’abuso indiscriminato di casere, sul risparmio della vita delle befane e sull’uso sano e consapevole della tecnologia.

Ore davanti ad un asse da stiro

che probabilmente saprei usare

con più agilità come tavola da surf

se lo stesso tempo l’avessi passato

ad allenarmi sulle onde, anziché passarlo a fissare la mia mano,

spostare il ferro, e le pieghe,

da un lato,

all’altro.

E se dicessi che amo l’organo riproduttivo delle angiosperme?
lo dico!
E se dicessi che ne amo
sia i gametofiti maschili
tanto quanto quelli femminili, se non più?
Ebbene lo dico!
Perché e’ così.
E lo amo anche se è finto,
se non altro perché mi fa spezzare
il grigiore…di un cappotto.

Il fiore e il cappotto

di Alberto Garlini

dalla mia libreria 😉

E’ l’ultimo libro che ho letto e ho realizzato un servizio video per Il13 che trovate qui .

Il testo del servizio lo riporto di seguito, ma con il video è più carino 😉

La foto del libro è estratta dalla mia libreria, accanto al fico ci sono alcuni degli altri romanzi dell’autore.. Ecco ora vi lascio leggere 🙂

“Il fico lo avevo trovato lì. Nessuna fatica per guadagnarlo. Lo vidi di notte, avvolto nel misterioso fenomeno della bruma, così raro nelle terre di Palestina”.

Questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Alberto Garlini, “Il Fico di Betania”, che va ad arricchire il bosco degli scrittori, progetto editoriale di Aboca in cui gli alberi sono l’espediente per raccontare l’uomo e il mondo con la sensibilità di alcuni tra gli scrittori italiani più talentuosi.

Garlini con questo romanzo trasporta il lettore in Palestina ai tempi di Gesù Cristo. Il personaggio è però Simone figlio di Taddeo un uomo con un passato violento, nato a Gerusalemme “sotto l’ombra del tempio” un’ombra che come la notte e la misteriosa bruma dell’incipit, sono simboli che Garlini usa per creare più livelli di lettura e una profondità assoluta che conduce chi legge oltre il giudizio. E anche oltre il tempo perché la Palestina di allora può essere in realtà qualsiasi luogo del presente in cui ci sia un uomo che fa i conti con se stesso e i dubbi della propria esistenza.

La storia trae spunto dall’episodio narrato nei vangeli di Marco e Matteo in cui Gesù di Nazareth una notte, maledì un fico perché non aveva frutti da offrigli. Un gesto inspiegabile che stride violentemente con la natura divina del Cristo ma che Garlini invece rilegge, con il suo stile inconfondibile in cui sacro e profano sono incarnati uno nell’altro mostrando a chi legge un dio che non solo si è fatto uomo, ma in un attimo di fragilità, è diventato anche umano.

Le pagine del romanzo scorrono seguendo il racconto in prima persona di Simone che da affiliato alla setta degli zeloti confessa che uccideva solo per sfidare dio, poi la svolta: cambia vita, paese, nome sino a che una notte trova davanti a sé il fico e ricomincia una nuova vita.

Garlini parola dopo parola frantuma le strutture mentali umane e gli schieramenti creati dai giudizi, per illuminare ciò che resta: la sacralità dell’uomo e ne “Il fico di Betania” anche la fragilità di un dio.

Ps. Dello stesso autore in questo sito c’è anche la recensione SINESTESICA di un altro suo romanzo, un giallo, Il fratello unico, la trovate qui!!

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Scarpe di Marianna

Dio mio: tre ore in piedi coi tacchi! Appena tornata a casa le scarpe le ho inchiodate al muro, tutte e due.
Le userò come acquasantiere per lavare i peccati del mondo.
Primo fra tutti “il buffet senza sedie”. Seguito da “il Buffet senza superfici d’appoggio”.

Perché? Io alle 8 di sera quasi sempre muoio di fame e in genere anche di sete specie se c’è del buon vino e con tutto l’impegno che ci metto per essere una persona migliore non potrò mai, ma proprio mai, essere la dea Kali’, e non mi si può chiedere quindi di scegliere se bere o mangiare! E se una mano è impegnata a tenere in equilibrio il piatto mentre l’altra con destrezza infilza a forchettate il cibo nel piatto le due mani di cui sono dotata me le sono giocate. E come bevo? Nei casi super fortunati, quelli in cui riesco a trovare un cm per appoggiarci il bicchiere, dopo un nano secondo appaiono almeno altri 3 super fortunati, che piazzano i loro bicchieri nello stesso posto in equilibrio con il mio come quell’arte che si fa con le pietre e …non so più qual è il mio!

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Scarpa o acquasantiera?

E tornare a gettarsi nella folla per procacciarmi un altro bicchiere di vino è follia perché vorrebbe dire mollare il piatto e dove poi? …Una volta, lo ricordo come fosse ieri, una tremenda sete mi assali’ e così lasciai il piatto quasi pieno, avevo appena sbeccottato qua e là, lo appoggiai in un anfratto che credevo sicuro, ebbene quando tornai nel luogo dell’abbandono, uno stava mangiando nel mio piatto, mi guardo’ e mi disse: “non potevo mica mollare il bicchiere”.

Nel nome del PAdre e della MAdre


Malika Favre artista

L’alfabeto del Kamasutra di Malika Favre

Ci sono lettere che fanno l’amore e le parole a volte possono essere delle vere orge. Va be’ forse esagero, ma forse no ;-), ad ogni modo, vi garantisco che almeno due lettere in particolare, fanno davvero l’amore, a volte è solo sesso, ma sempre lo fanno per riprodursi. Vi spiego come.

La parola padre deriva dalla radice sanscrita , alla quale sono riconosciuti due significati: il primo ha a che fare con la purificazione tramite l’acqua, (bere per purificarsi), il secondo, invece, si riferisce all’effetto della purificazione, che è quello di preservare e proteggere. Bere acqua, lo sappiamo tutti, fa benissimo, anche perché ne siamo fatti a livello molecolare del 90%. Ma c’è anche un altro significato. Se pensiamo al sesso e alla riproduzione, il maschio produce ed emette sperma che il corpo della femmina accoglie (beve?!), nel ventre, e questo gesto permette e riassume il senso di quel “preservare” in riferimento alla conservazione della specie. Se consultiamo un qualunque dizionario, infatti come primo significato alla voce padre, leggiamo: “Uomo che ha generato uno o più figli”. Ma l’acqua è innanzitutto un simbolo femminile, del resto anche la femmina produce liquido organico nell’atto sessuale e il feto si sviluppa dentro il ventre materno, nel  liquido amniotico. Ci torneremo su questo punto. Ora consideriamo solo che anche madre è una parola che deriva dal sanscrito, la cui radice, mā, significa misurare, preparare e si riferisce all’azione formatrice del corpo del bambino.
Arriviamo adesso al punto. Consideriamo le due lettere P ed M, e provate a pronunciarle,…fatto? Cosa notate? Seguitemi. La P è una consonante sorda occlusiva, “essa viene generata mediante il blocco completo del flusso d’aria a livello della bocca, della faringe o della glottide, e il seguente rilascio rapido di questo blocco”, senza mettere in vibrazione alcun organo. In altre parole l’aria viene trattenuta ed espulsa, dalla bocca, proprio come quando si sputa.
La M, invece è una consonante sonora, nasale bilabiale; il suono viene articolato chiudendo le labbra e tenendole chiuse fino alla formazione della lettera, e le corde vocali vibrano durante l’articolazione del suono. Avete notato niente? La P si comporta come il maschio nell’atto sessuale e la M come la femmina. La prima emette, la seconda trattiene, e forma, trattenendo. Infatti la vibrazione, messa in moto dall’articolazione della M è la modulazione necessaria alla creazione… Se questo è un caso!

20170318_105943Cosa sono quindi le lettere? E cosa si nasconde nel linguaggio?
“Le lettere incise sulla pietra e poi nei libri, conservano nel loro cuore il segreto del loro potere”.
Ma non mi fermo qui le analisi continueranno… E’ restato in sospeso il discorso sull’acqua.

Marianna Maior

Marianna Maior (omaggio a Chaplin)

Non ero preparata lo ammetto, non ero preparata a incontrare un’arte così potente e il genio che le ha dato vita. E sapete cosa vi dico che ormai questa parola “genio” è talmente abusata che poi quando incontri un vero genio come Charlie Chaplin, la parola si riempie di tutto il suo senso e ti stordisce e, forse offesa, ti schiaffeggia dimostrandoti chi è davvero un genio.

Cosa mi è successo? Ho visto per la prima volta The kid (Il monello in italiano ma la traduzione non mi piace) di Charlie Chaplin. E’ stata la mia prima volta e non ero preparata. Sì avevo visto tanti trailers qui e lì, e li avevo anche usati per il montaggio di alcuni servizi dedicati al cinema muto, avevo visto anche altri suoi film “Il grande dittatore” e “Charlot”, sempre a pezzetti un po’ qui un po’ lì. E a dire il vero ho anche letto molto su Chaplin, tutta la sua storia, la vita, le recensioni, etc. Ma mai avevo visto il film intero e tanto meno seduta a teatro con un’orchestra che suonava dal vivo. Mai.

Jackie Coogan e Charlie Chaplin

Ebbene è stato travolgente, trascinante, prorompente: un film muto mi ha fatto sentire con una chiarezza pazzesca, tantissime emozioni definite da così tante sfumature che se non l’avessi provato non ci crederei.

Seduta in seconda galleria al teatro Verdi di Pordenone la storia di questo bambino mi scorreva davanti e ogni sguardo, ogni gesto, ogni espressione del volto del piccolo John, di Chaplin e degli altri attori mi sono penetrati dentro accompagnati dalla musica perfetta dell’orchestra San Marco e una volta entrati hanno scatenato un turbinio, un subbuglio, un frastuono pazzesco di sentimenti.

E mi rendo conto che faccio fatica a trovare le parole per descrivervi quello che ho provato, mi è difficile innanzitutto perché mi sono accorta che gli aggettivi che uso sono annacquati dall’abitudine di usarli e da un tipo di linguaggio che dice sempre meno e appiattisce tutto: intenso, bellissimo, divertente, commovente, particolare, importante, li uso troppo spesso soprattutto per velocità, sono già lì, i primi sulla punta della lingua sempre pronti ad esibirsi che non si sbaglia mai, esagerando in bene nessuno si offende. E adesso per questo vero, grande, raro, stupefacente capolavoro non trovo le parole giuste.

Come dirvelo, The kid, fotogramma dopo fotogramma mi è entrato dentro ha oltrepassato il pericardio ha scovato il misterioso impulso che fa pulsare il cuore e lo ha rianimato e io ho iniziato a sentire scorrermi la vita nelle vene più ricca e intensa. E ha fatto tutto senza dire una parola. E senza dire una parola adesso mi sta spingendo a cercare le parole giuste per descriverlo e mi sta facendo sentire la debolezza del mio linguaggio.

Charlie Chaplin – che ha scritto, diretto, prodotto e creato la musica che accompagna questo film, per la cui storia si è ispirato direttamente alla sua vita- la paura dell’orfanotrofio, dell’abbandono, la miseria, le meschinità della vita lui le ha vissute e le ha raccontate facendomele provare: io ho sentito freddo nella sua camera mentre indugiava a letto con addosso coperte bucate e lise, ho sentito il dolore straziante che si è poi trasformato in rabbia, terrore e violenza quando gli volevano portare via il bambino, ma ho anche riso quando seduceva la moglie del poliziotto e ho riso anche quando il piccolo rompeva le finestre coi sassi e non erano marachelle (ecco perché monello non mi piace) ma solo strategie di sopravvivenza.

Ho riso e pianto tanto.

Chaplin con un film muto è riuscito a farmi sentire (e dico sentire non vedere) la miseria delle periferie abbandonate a se stesse, la violenza e la prepotenza che le abita ma mi ha anche fatto sentire l’amore intenso e appassionato di un padre (suo malgrado) e di un bimbo che gli chiede solo amore e lo ricambia con una tenerezza che risuona in ogni bacio in ogni sguardo, e poi c’è anche la forza di una donna che sbaglia, si rialza, paga e poi…. e poi dovete andare al cinema, a teatro ovunque daranno questo film, andate, andate a vederlo.

Jackie Coogan interpreta “The Kid” di Charlie Chaplin

E per dirvela proprio tutta alla fine della proiezione con Tomaso abbiamo fatto a caldo uno special, The kid infatti è stato proiettato per la prima volta a Le giornate del cinema muto di Pordenone e insomma era un evento, ma io ero stordita da tutto questo frastuono che mi è esploso dentro, col viso struccato dalle lacrime e vi confesso che fare la trasmissione non mi è stato proprio facile e insomma la vedrete e spero capirete.

Marianna Maior

Cosa vedeva Jean Sibelius quando suonava o ascoltava la musica? E Kandinsky davvero sentiva i suoni dei colori? Quali sono i loro racconti? In questo video alcune risposte, mentre per i curiosi nel libro tutte le risposte 😉

marianna maior: si ricresce!

Autunno inverno 2019-2020 va di moda la ricrescita! Ovvero la base resta scura e si lascia visibile lo stacco dal resto della capigliatura, più chiara. Quanto chiara? TQTB! (Tanto quanto ti basta). La forza di questa moda te lo dico subito è la base che resta tua. Ecco si ricresce partendo da sé: basta menzogne e finte bionde, rosse e more. Voglio sentirle le dichiarazioni a microfono acceso: “Sono nata mora lo ammetto, a farmi bionda è stata la vita”. Su, ammettiamolo, è (e) per piacere! Ma al di là della tonalità concentriamoci sulla forza di questa nuova vogue . Io di crescere, super mannaggia, ho smesso a 14 anni, maledicendo i miei antenati troppo bassi per farmi svettare comoda sopra la rete 2,24 di pallavolo. Quanti scalini ho dovuto fare per migliorare l’elevazione! E salta uno scalino alla volta prima con un piede e poi con l’altro e così per tutta la scalinata del palazzetto, e poi due scalini alla volta, poi tre, poi 4 (se e quando ci arrivavo) ..e  poi ricomincia e rifai tutto a due piedi. E perché? Tutto perché non crescevo più.

I mici controllano che non io non bari... ma complice la distrazione di Mimì nessuno si è accorto che ero in punta di piedi :-)
Marianna Maior: I mici controllano che io non bari… 😉 che si siano accorti che ero in punta di piedi? 🙂

Ebbene da quest’anno si ricomincia e si ri- cresce e non vedo l’ora! Yeppa!!

Ho già qualche idea! Sì perché voglio proprio ri-crescere di statura soprattutto intellettuale, ma anche musicale e imparare a rappare come Eminem per cantarle a tutti, o forse sarebbe meglio osare con la trap perché in fondo non ha torto quello che ride in faccia alla telecamera coi suoi denti d’oro e gira l’italia riempiendo i locali e i suoi conti correnti e con il suo tran tran sbeffeggia in rima di chi lo critica e basta. Ma in realtà e in fondo io sono più stile Zaz e riempio liste di desideri e di Je veux anche un po’ naif perché alla fine Je veux solo d’l’amour, d’la joie, de la bonne humeur… e découvrir ma liberté . E a proposito di libertà vorrei tanto anche  ri-crescere il peso delle notizie dando quelle belle ma anche quelle scomode e serie e infine quelle che servono a far sapere quanto lavoro c’è dietro un’associazione, un progetto o solo un sogno. E poi ancora vorrei ri-crescere di ….qualcuno mi sta suggerendo di tette… eh no! di tette no, ormai mi sono abituata, e poi sono invadenti, quante invasioni ho visto fischiate sotto rete! Non c’è niente da fare, le tette ti sbilanciano ed è fatta ti trovi nelle braccia dell’avversario, il punto è suo e si ricomincia sempre in difesa.

Uff.. ho divagato.. mi son persa, ah sì  ..

Dove mi ero fermata voglio ri-crescere che poi è un ri-creare partendo dalle mie radici, che son castana ma anche un po’ castagna il che mi dà un’aria più autunnale, piena di riflessi ramati e immensamente riamati dopo aver ceduto, confesso, una sola volta però! alla tentazione di quel frivolo seduttore già nel nome. E tutte a farsi sto cazzo di shatush! Che poi dì la verità, ma almeno lo sapevi che vuol dire “shatush”? Io ho cercato ovunque e alla fine lo scovato, l’ho smascherato, il seduttore è persiano, letteralmente è “il piacere del re”. Neanche a dirlo eh! Ed era un trattamento speciale che veniva fatto sul pelo delle antilopi, e neanche a dirlo quante antilopi sono state sterminate per il piacere del re!

marianna maior

Sì voglio ri-crescere anche da qui, e quindi le parole le voglio conoscere prima di usarle e le voglio incontrare in molti contesti, per ben soppesarle. E poi se il caso sfoggiarle come un nuovo abito che valorizza un pensiero, sottolinea il corpo dell’opinione, dando risalto alle labbra, che le pronunciano e al contempo illuminano gli sguardi di chi le ascolta.

Ecco per l’autunno inverno quest’anno per una volta la moda ho deciso, la seguirò! E in primavera, per dio, lo voglio rifare tutto il guardaroba perché quando si cresce le idee vecchie non vanno più bene e nemmeno i comportamenti, non parliamo dei ragionamenti che vanno sistemati, adattati e spesso diciamoci la verità proprio buttati.

Ecco nel mio piccolo questa moda la seguirò, e nella stagione autunno inverno 2019 – 2020 ri-crescerò!

Sabato 14 settembre sarò a Milano in Libreria Esoterica (per chi volesse venire si trova in Galleria Unione 1 e si inizia alle 17.30) Ovviamente porto con me il mio libro e parlerò di lui. Perché in una libreria esoterica? Lo dico nel video 😉 buon ascolto 🙂

Spiaggia isola di Sliema, Malta

La valigia è leggera, piena solo di voglia di sole caldo e di mare turchino perché come la famosa fata deve far sparire tutta la stanchezza insieme a quella sensazione di “uff non ne posso proprio più”. Il volo è alle spalle e mancano solo 20 minuti di taxi per arrivare in albergo. La giornata è tutta davanti.

Guardo fuori dal finestrino e per i primi 5 minuti il paesaggio mi propone campi secchi con piante di rosmarino e timo qua e là, ma mica poi tanto qua e là e più un laggiù e un lassù. Più avanziamo, più la temperatura del taxi scende avvicinandosi ai 12 gradi, più le uniche cose verticali che sbucano sulla superficie della terra sono: gru, tantissime gru, e intorno alle gru mucchi di mattoni grigi e poi muri di mattoni grigi, che tra un mattone e l’altro lasciano passare la luce e sembra il colmo che a Malta non usino la malta.

Arriviamo in hotel, era un 4 stelle su booking e anche sulla carta di credito, ma è evidente che dopo la nostra prenotazione devono aver restituito le altre tre stelle a un cugino o a un parente bisognoso e così a noi ne resta solo una. Siamo al settimo piano, l’ascensore gracchia, le porte si aprono con l’affanno. Percorro il corridoio che pare quello di un manicomio del secolo scorso, i muri sono decorati da numerose macchie di umidità, mentre dal soffitto pezzi di intonaco cercano di fuggire gettandosi a terra, a volte riuscendoci altre rimanendo intrappolati a metà.

Beh avete capito, e se tanto mi dà tanto evitatemi la descrizione della stanza, aggiungo solo che la vista era su un altro palazzo della stessa altezza talmente ravvicinato che mio marito ed io avremmo potuto presentarci  ai vicini dell’altro palazzo con tanto di stretta di mano.

Non vedo l’ora di uscire da questa stanza. E così lasciate le valige in un angolo, siamo già giù in strada. Mi guardo intorno avvilita e delusa: ma dove siamo finiti? Ok, di fatto siamo a Sliema sull’isola di Malta, a 2 km in linea d’aria da La Valletta. Attraversiamo la strada che ci separa dal mare e guardo la spiaggia e la guardo ancora e ancora. “Ma cos’è quella cosa lì?” Ho avuto un anno intenso e penso sarà stanchezza, o forse la vista mi è peggiorata, quindi strizzo gli occhi più che posso eppure ho gli occhiali da vista su. Cerco di mettere ancora a fuoco ma niente, io vedo sempre una strana spiaggia senza sabbia,  una finta spiaggia ricoperta di malta: cazzo, hanno cementato la spiaggia! Allora, quella che risparmiano non mettendola tra i mattoni va a finire qui.  Guardo mio marito e gli dico  “Ci sarebbero 40 gradi all’ombra se ci fosse l’ombra e questi deficienti hanno cementato anche le spiagge”. Lui non mi risponde niente ma è chiaro siamo entrambi affranti, non era proprio quello che immaginavamo. A me sale un nodo in gola. E’ la mia vacanza capite e quella doveva essere la mia spiaggia in questi pochi giorni.

Ci sediamo a un bar e guardiamo cosa dice la guida.. parla di belle spiagge  ed infatti questa deserta davanti ai nostri occhi non è menzionata, la prima in lista dista 20 minuti di taxi. Andiamo.

Quando arriviamo davanti a noi ecco apparire 700 metri di spiaggia con sabbia vera, e una densità della popolazione (balneare) inferiore solo a Shangai. Tutto intorno alla spiaggia che sarà profonda un 5 metri, inizia subito il cemento dello stabilimento: un bel ristorantone tutto piastrellato ovunque, che si sviluppa a terrazze, senza nemmeno un filo d’erba solo l’ombra di un cespuglio di rosmarino preso d’assalto dalle vespe. Temperatura percepita 55 gradi. Sono le 2 del pomeriggio, siamo il 12 di agosto. E io soffro di pressione bassa, a tratti inizio a vedere nero sento che il sangue si sta lentamente raccogliendo ai miei piedi, forse non era solo pressione bassa ma anche voglia di sparire, nascondersi al fresco sotto terra ma l’impresa sarebbe stata ardua i globuli rossi e anche quelli bianchi avrebbero dovuto smantellare i vari molteplici getti di cemento, quindi impresa impossibile. Questo pensiero insieme alla vista di un cartello con la scritta grande in italiano “gita in barca” mi rialza di un filo la pressione, mio marito che è più veloce di me ha già i biglietti in mano, e così lo seguo verso la barca con difficoltà visto che le infradito di plastica ad ogni passo si attaccano al cemento bollente.

La barca ci porta a Comino in una insenatura dove insieme ad altre 400 barche, alcune grandi altre meno, dividiamo un fazzoletto di mare azzurro ascoltando il ritmo della trap a destra, la vaporwave a sinistra e di qualche altro stile che non conosco più in là a destra e a sinistra, ma ogni barca è popolata più o meno dalla stessa fauna: giovani tatuati, con gli occhiali da sole, depilati, che esibiscono lattine di birra come trofei, accoppiati a giovani ragazze con grossi seni , piccoli costumini che spariscono nei glutei e sguardi marcati da folte, finte ciglia che fanno ombra alle guance. I giovani si dimenano mettendo in scena la danza dell’accoppiamento fatta di sguardi, ammiccamenti con le labbra e colpi di anca che a ritmo di musica chiariscono, se ce ne fosse bisogno, tutte le loro voglie.

Rimaniamo in acqua tutto il tempo riemergiamo solo quando il marinaio leva l’ancora e ci fa segno che è ora.  

Torniamo in albergo, mangiamo, io mi avvilisco,  mio marito invece cerca e trova un altro albergo, sembra bello: lo prenota, lo paga.

Il giorno dopo andiamo a vederlo abbiamo appuntamento alle 9.00 Non c’è nessuno. Il posto è tipo apparthotel, ma nessuno ci apre. Chiamiamo. Non rispondono. Nel frattempo dei ragazzi entrano nello stabile e così entriamo anche noi, la reception sembra bella. Alla fine il tipo dell’agenzia ci richiama e ci avvisa che una sua assistente sta arrivando. Dopo mezz’ora arrivano due tipi italiani, su una macchina i cui pezzi stanno in piedi con lo spago.  La donna scende ci viene incontro e ci dice che è tanto dispiaciuta e aggiunge “quando avete prenotato, booking ci ha trasmesso la prenotazione in ritardo e noi nel frattempo abbiamo dato questa stanza ad altri che l’hanno già presa in consegna..”, “Ma” continua con uno sguardo più insidioso che affranto “abbiamo un’altra stanza da proporvi molto più bella di questa a 5 minuti da qua”. Mio marito è furioso, io anche ma pur bofonchiando e lamentandoci entrambi andiamo a vedere l’altra offerta. Saliamo in auto, e ci sediamo  tra un seggiolino, carte sporche e pezzi di cibo abbandonato. Chiudo la porta. L’uomo alla guida non parla mai , la donna di tanto in tanto sibila che la stanza che stiamo andando a vedere “E’ più bella di quella che avete già pagato credetemi”. Io guardo mio marito e penso a con quanta leggerezza ci siamo affidati ai primi che si sono presentati come i referenti dell’agenzia, che dalla loro auto e presenza era abbastanza evidente non avessero niente a che fare con lo stile dello stabile dal quale ci stavano allontanando. Guardo fuori, sembra di essere indietro di 50 anni in una terra divorata dal cemento, che viene gettato a caso ma ovunque. Il tragitto sembra eterno. Riporto lo sguardo sulle nuche dei due tipi. Un pensiero mi attraversa la mente: e se ci stessero rapendo?

A un tratto l’auto si ferma. Il tipo senza voce, parcheggia in una strada dissestata, ovunque andiamo siamo dentro un cantiere. I tipi ci fanno strada e arriviamo davanti a uno stabile vecchio, almeno lo stile è anni 70, con gli infissi in alluminio marrone e le scale strette piene di polvere come la pianta finta messa nell’angolo del pianerottolo. La tipa, apre la porta. Entriamo. Io guardo davanti a me, le tapparelle aperte a metà lasciano filtrare la luce. La cucina alla mia destra è in legno scuro  tipo taverna anni 80 , alcuni piatti giacevano sul ripiano con ragnatele che li univano al rubinetto. A sinistra un divano con fodera a fiori gialli, marroni, arancioni e verdi, davanti un tavolo rotondo con giornali e fogli sparsi sopra, in parte sul muro una vetrinetta, tutto nella stanza è ricoperto da uno strato di polvere nel quale gli archeologi scavando potrebbero ancora trovare, nei numerosi strati, tracce dei vecchi proprietari, che sembrano scomparsi senza preavviso diversi  anni fa lasciando tutto così com’era.  

Mio marito si infuria, invita i due personaggi a smetterla di prenderci in giro e nella discussione animata, scopriamo poi che i due non avevano niente a che fare con l’agenzia dalla quale avevamo prenotato, ma erano solo amici del proprietario dell’agenzia e che si erano proposti di risolvergli il problema rifilando a noi un appartamento che con molta probabilità era di qualche loro parente andato in ferie.

Ci riportano dove ci avevano preso. E salutandoli li avvisiamo che avremmo fatto continuare la discussione al nostro avvocato.

Per fortuna in tutto questo abbiamo un corso di inglese da fare così andiamo a lezione. La scuola è ok. L’insegnante è brava, gli studenti sono molto giovani e hanno tutti l’area di essere arrivati direttamente dalla serata in discoteca.

Finita la lezione andiamo a visitare il paese. Mi guardo intorno e continuo a pensare ma dove sono finita? Questo posto è una giungla di cemento. Sembra un concentrato di anni 70 elevato alla novantesima potenza. Qui costruiscono palazzi su palazzi, tutti attaccati, altissimi, che pur nuovi son già vecchi. Le costruzioni arrivano sino al mare, là dove la spiaggia non è cementata, le costruzioni si immergono direttamente nell’acqua. Non ci sono giardinetti, né piccole aiuole, né fontane, l’unica che ho visto era senza acqua e piena di immondizia che col passare dei giorni aumentava. I pochi alberi che si vedono sopravvivono a stento ai margini della strada e sono ricoperti di smog e polvere. Nel paesaggio urbano specie la sera si notano diversi casinò e scopro poi che Malta è la patria delle società di gaming, qui sono numerosissime grazie alle agevolazioni fiscali concesse dal governo maltese. L’atmosfera che si respira è infatti quella di un luogo malavitoso, dove regnano bruttezza e disonestà.

La sera decidiamo di andare a La Valletta il taxi ci lascia in piazza del Tritone anche questa totalmente cementata. Lasciata la piazza alle nostre spalle entriamo in città, non è male anche se un po’ sporca. A cena accanto al nostro tavolo ci sono degli autoctoni che parlano italiano, non ricordo come ma iniziamo a parlare e io chiedo come mai non ci siano alberi e come mai sia costruito tutto in modo così fitto e la persona più vicina a me ha iniziato a raccontarmi, parlando a bassa voce, che l’isola è una delle più cementificate al mondo, l’edilizia è senza freni perché in mano a gente senza scrupoli, addirittura si può costruire su edifici vecchi rialzando i piani, al che io penso chissà se poi strutture progettate per due piani siano in grado di sorreggerne altri, ma non lo dico e continuo ad ascoltare, la persona dice anche che l’isola è comandata da diverse mafie e che polizia e magistratura sono corrotte. Insomma ci dice che Malta non è proprio un bel posticino. Solo durante questa cena mi viene in mente il caso di Dafne Caruana Galizia e mi do della stupida per non essermelo ricordato prima.  Dafne infatti è la giornalista maltese che con il suo blog era il punto di riferimento per tutti i giornalisti dell’isola, era perché è stata uccisa da un’auto bomba nel 2017. Dafne nel corso del tempo aveva accusato: la magistratura maltese, fu la prima a dare ai giornali la notizia del coinvolgimento dei politici governativi Konrad Mizzi e Keith Schembri nei Panama Papers, e dichiarò che la Egrant, un’altra società di Panama, era di proprietà di Michelle Muscat, moglie del primo ministro maltese Joseph Muscat. Pochi mesi dopo queste dichiarazioni Dafne è stata uccisa .

La cena finisce e dopo pochi giorni di varie vicissitudini spiacevoli anche la vacanza per fortuna finisce.

A casa da questo viaggio ci siamo portati solo una certezza noi a Malta non ci torneremo mai più. Io di certo non lo farò.

Dalla finestra di casa mia adesso mi godo il verde e la grande quantità di alberi che circondano la mia casa e che ringrazio uno a uno perché ho sentito sulla mia pelle quella sensazione angosciante di essere circondata da un mostro grigio senza volto che divora e distrugge bellezza e armonia per lasciare i propri escrementi grazie ai quali vivono molti parassiti ossequiosi e ubbidienti, cimici puzzolenti che minimizzano e ridicolizzano le proteste della gente, la cui terra e vita sono imbruttite dalla loro presenza.

Con questo pensiero mi siedo al pc e faccio qualche ricerca, vorrei capire qualcosa in più di una terra così devastata e così mi sono imbattuta in molti articoli che spiegano bene la situazione, e poi sono finita anche nella pagina facebook del figlio di Dafne Caruana Galizia, Matthew, che lavora per The International Consortium of Investigative Journalists. E guarda caso aveva da pochi minuti pubblicato un post con il quale riferendosi ai vari movimenti che invitano le autorità maltesi a rispettare l’ambiente e l’estetica delle costruzioni, in inglese ha scritto:

(Questi movimenti) “stanno dimenticando che il governo di Malta è oggi una organizzazione criminale o è al servizio delle più grandi organizzazioni criminali. […]

E ancora

Chi sono le persone che realizzano profitti dal piano di governo che spende 0,7 bilioni di euro pavimentando l’intera isola? Diamo un occhio ai membri del consorzio “pre designato” a vincere la gara d’appalto: James Fenech, un trafficante d’armi in affari con Erik Prince (così che mentre le ONG di ricerca e soccorso dei rifugiati sono bandite dalle acque maltesi da Joseph Muscat, le  persone che traggono profitto dalle stesse guerre che creano rifugiati per il governo maltese vanno invece bene),  Joseph Portelli, uno sviluppatore che gestisce un impianto di calcestruzzo illegale, facendo da prestanome a individui ancora sconosciuti. E infine Kurt Buttigieg, candidato per il Partito Laburista… ”.

Chiudo la pagina di Matthew, alzo lo sguardo verso la finestra.

Malta è una piccola isola che poteva essere un gioiello stupendo e invece, è stata sfregiata e colpita da un brutto cancro, che se prende forza, dal cuore del mediterraneo può estendersi in tutta Europa dove peraltro ha già molte basi operative. L’indifferenza e l’ignavia, soprattutto della politica, la pagheremo tutti.

Chi sono e cosa hanno scoperto? Lo dico qui

Ve lo spiffero in questo brevissimo video con sorpresa finale 😉

ps. guardate con le orecchie 🙂

“SCIA di un’onda abbandonata nel mare
BO-lle d’aria salata che
R-itornano vorticosamente a galla dove
DIO come una montagna le attende.
Inerte.”


tatuaggio
  • Passeggiata in spiaggia e ritorno

Sul bagnasciuga un uomo in piedi guarda il mare, io camminando lo guardo, poi abbasso lo sguardo e vedo una bella pancia, bella tonda, con la pelle tesa, lucida, avrebbe potuto tatuarsi un bel pallone con tanto di scritta “Beerkasa”. “Peccato”, penso “ha preferito tatuarsi le braccia”, tutte e due, da una parte una donna nuda col seno turgido e due mani maschili che sbucano dalla schiena di lei e dall’altra una qualche divinità maschile contornata da serpentoni che alludono a qualcosa poi smentito subito da delle corna. Lo supero.

Più in là un altro uomo sui trent’anni (?) intento a leggere la settimana enigmistica (gulp!) anche lui con le braccia tatuate, Snoopy da una parte e sull’altra qualcosa di confuso..non mi pare però il caso di fermarmi e puntargli gli occhi sul braccio. Così proseguo. Cammina, cammina, là dove cade l’occhio o c’è un delfino che salta sul seno di una donna, o una spada infilata in un polpaccio, o un drago che esce dalla spina dorsale, e ancora, un’ àncora gettata tra i seni, una sirena che si muove sul bicipide muscoloso, e più in là, una spirale che corre e supera la croce appesa su una spalla. Poi ci sono le date, quelle che non puoi dimenticare ma, non si sa mai, e per sicurezza te le segni sull’avambraccio.


E infine mentre sono quasi davanti al mio ombrellone ecco, mancava, la dichiarazione d’amore, “Marco my love”, scritta sul fianco sinistro di una giovane biondina avvinghiata al suo … Loris.
Ok per oggi può bastare..😁

Il canto dell’arcobaleno: la sinestesia sabato 
21 Settembre 2019 
ore 11:00 Convento di San Francesco, Saletta

marianna maiorino

Incontro con Marianna Maiorino.

Come sarebbe il nostro mondo se gli occhi potessero ascoltare e se le orecchie potessero vedere? Perché abbiamo cellule olfattive nel sangue, nel cuore e nei polmoni? Se potessimo avere percezioni sinestetiche con tutti i sensi, cambierebbe il nostro modo di valutare il mondo? Queste sono alcune domande che l’autrice si pone e alle quali cerca di dare una risposta con questo saggio dedicato alla sinestesia, una capacità sensoriale che caratterizza il 4% della popolazione…

IL CANTO DELL’ARCOBALENO: LA SINESTESIA

ore 18,00 in sala Teresina Degan , biblioteca civica- Pordenone

Cosa hanno in comune Jimy Hendrix, Vincent Van Gogh e Nicola Tesla?
Come sarebbe il nostro mondo se gli occhi potessero ascoltare e se le orecchie potessero vedere? Perché abbiamo cellule olfattive nel sangue, nel cuore e nei polmoni? Se potessimo avere percezioni sinestetiche con tutti i sensi, cambierebbe il nostro modo di valutare il mondo? E se dall’attivazione dalla percezione sinestetica arrivassimo a scoprire che alcune forme di percezione, per il momento riconosciute solo agli animali, come la capacità di rilevare i campi elettrici o i campi magnetici, fossero proprie anche dell’essere umano ma ancora dormienti? E ancora, perché Pitagora, Aristotele, l’Arcimboldi, Leonardo da Vinci, Schopenhauer, Goethe, Castel, Kant, Eulero, Rol, Helena Blavatsky, Luigi Veronesi, e molti altri ancora hanno dedicato gran parte delle loro riflessioni a esplorare colore e suono, sia separatamente che insieme? C’è forse qualcosa dentro di noi che brama di essere scoperto e ci spinge in tutti i modi a indagare il mondo delle percezioni, per essere trovato? Queste sono alcune domande che l’autrice si pone e alle quali cerca di dare una risposta con questo saggio dedicato alla sinestesia, una capacità sensoriale che caratterizza il 4% della popolazione…