IL CANTO DELL’ARCOBALENO: LA SINESTESIA

ore 18,00 in sala Teresina Degan , biblioteca civica- Pordenone

Cosa hanno in comune Jimy Hendrix, Vincent Van Gogh e Nicola Tesla?
Come sarebbe il nostro mondo se gli occhi potessero ascoltare e se le orecchie potessero vedere? Perché abbiamo cellule olfattive nel sangue, nel cuore e nei polmoni? Se potessimo avere percezioni sinestetiche con tutti i sensi, cambierebbe il nostro modo di valutare il mondo? E se dall’attivazione dalla percezione sinestetica arrivassimo a scoprire che alcune forme di percezione, per il momento riconosciute solo agli animali, come la capacità di rilevare i campi elettrici o i campi magnetici, fossero proprie anche dell’essere umano ma ancora dormienti? E ancora, perché Pitagora, Aristotele, l’Arcimboldi, Leonardo da Vinci, Schopenhauer, Goethe, Castel, Kant, Eulero, Rol, Helena Blavatsky, Luigi Veronesi, e molti altri ancora hanno dedicato gran parte delle loro riflessioni a esplorare colore e suono, sia separatamente che insieme? C’è forse qualcosa dentro di noi che brama di essere scoperto e ci spinge in tutti i modi a indagare il mondo delle percezioni, per essere trovato? Queste sono alcune domande che l’autrice si pone e alle quali cerca di dare una risposta con questo saggio dedicato alla sinestesia, una capacità sensoriale che caratterizza il 4% della popolazione…

Successo per l’edizione 2017 del premio, tra false speranze, dono dei genitori e valore dell’identità

pubblicato su Il Friuli.it

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Da 33 anni a Lignano, Ernest Hemingway rivive, attraverso i grandi protagonisti del nostro tempo, grazie al Premio dedicatogli che “ha il grande merito di coltivare la memoria tramite la contemporaneità”. Queste le parole con le quali Elsa di Gati, giornalista, ha aperto la cerimonia per la consegna del Premio Hemingway 2017. Parole condivise anche dal presidente della Giuria, lo scrittore Alberto Garlini, che ha aggiunto come, con la manifestazione, si proponga “un racconto della realtà il più vicino possibile a ciò che ci accade sicchè alcune cose che sembrano insensate, ascoltando alcuni pensieri possano alla fine diventare sensate”.

Garlini ha anche spiegato la struttura del premio che è suddiviso in quattro sezioni, ciascuna a rappresentare una specifica peculiarità dello scrittore al quale è dedicato. Quindi: “Testimone del nostro tempo” perché Hemingway è stato un uomo che ha visto le cose, pensiamo alle guerre, sempre in prima persona; “Avventura del pensiero” perché ha sempre partecipato alle controversie del suo tempo; “Fotografia” perché è un’icona del ‘900 come Marylin Monroe e James Dean e, infine, ovviamente per la “Letteratura”, essendo stato un grande scrittore, anche premio Nobel nel 1954.

Oltre al presidente, la giuria era formata da Gian Mario Villalta poeta e direttore artistico di PordenoneLegge, Pier Luigi Cappello poeta, Italo Zannier storico e fotografo, Luca Fanotto sindaco di Lignano e avvocato. La cerimonia si è svolta in un Cinecity gremito di ospiti tra cui l’assessore regionale alla cultura Gianni Torrenti e l’assessore per le attività produttive Sergio Bolzonello. Quest’ultimo sul palco ha affermato che “Per fare impresa è necessario un territorio culturalmente molto preparato e questa Regione ha bisogno di tenere molto alto il dialogo, le relazioni e le letture dei percorsi; solo questo, oggi, permette di avere grandi imprese. Oggi tutta l’innovazione arriva tramite la lettura dei linguaggi”.

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Andiamo all’essenza della manifestazione. Quest’anno il Premio è andato all’italiano Massimo Recalcati, psicoanalista, per la sezione “Testimone del nostro tempo”, che sul palco ha confessato di essere stato bocciato due volte, di cui una alle elementari, e oggi lo vediamo, invece, a consegnarci una rilettura del rapporto padre e figlio. Lo psicoanalista ha ricordato che il dono più grande che ogni genitore può offrire ai propri figli è quello della libertà; deve saperli lasciar andare e amarli nonostante la loro indecifrabilità, perchè “l’amore non è empatico, non si fonda sulla comprensione reciproca, sulla condivisione ma è rispetto per il segreto assoluto dell’altro, l’amore si fonda sulla lontananza della differenza, sull’incondivisibile”.

Per la sezione “Letteratura” il Premio è andato a Zadie Smith, giovane scrittrice inglese di origini jamaicane, autrice di “Denti bianchi” che, qualche anno fa, è stato un grande caso letterario. A Lignano si è presentata con un altro libro che sta suscitato grande interesse, “Swing Time”. La scrittrice negli incontri col pubblico ha voluto sottolineare l’importanza di conoscere la propria storia per poter trovare la propria identità, ribadendo che questa è definita dalle cose che ci capitano e non dagli oggetti che indossiamo. Ha anche raccontato di come il tempo sia stato sempre al centro della sua attenzione e di come abbia trovato nella scrittura un modo per combatterlo. “A 85 anni – ha detto – magari sarò ingrassata, invecchiata, ma forse sarò una scrittrice migliore di oggi: la scrittura non ha scadenza”. Come Recalcati, anche la Smith non crede nell’empatia e afferma “per cambiare le cose ci vuole di più”.

Il Premio per la sezione dedicata alla Fotografia è andato a Nino Migliori, classe 1926, che ha radicato nella sperimentazione la sua forza creativa. Il fotografo non si è fatto sfuggire l’occasione di rivendicare la forza della sua arte affermando che tramite essa “è possibile raccontare stati d’animo in modo universale senza bisogno di traduzione” e ha suggerito ai giovani di non usare la fotografia per documentare bensì per esprimere concetti e raccontare stati d’animo.

Premiato, invece, per l’Avventura del Pensiero Slavoj Žižek, il filosofo sloveno, che vanta un ampio seguito tra i giovani, ha, infatti, una grande capacità di calamitare a sè l’attenzione coinvolgendo e riuscendo a veicolare concetti in modo chiaro ed efficace. Una considerazione che il filosofo ha ribadito sia durante gli incontri sia nella cerimonia finale è che “se vogliamo cambiare veramente le cose, dobbiamo disfarci dalle false speranze che ci portano soltanto a false soluzioni. E’ giunto il momento”, ha detto, “di fare un passo indietro; oggi è necessario tornare a riflettere e a studiare, tutti, anche i filosofi”. Per essere più chiaro, come è nel suo stile, ha raccontato una barzelletta che aveva per personaggi Marx, Hegel e Lenin.

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Il Premio Hemingway 2017 si è dimostrato una manifestazione coinvolgente e illuminante, con straordinari interpreti che hanno dato una lettura chiara del presente e indicato gli strumenti per affrontare il futuro. A ciascuno di noi la forza di usarli.


Mannoia e Gabbani, avessimo dovuto scommettere vedendoli sul palco così, uno a fianco all’alt7c48434ace77c43c5faf8f8570233c99_mgzoomra, avremmo messo, tutti, lei al primo posto e lui al secondo. Di sicuro così ha fatto anche Gabbani che evidentemente imbarazzato per la vittoria, la prima cosa che ha fatto è stata quella di inchinarsi davanti alla Mannoia. Ma, invece, ha vinto lui e (per me) anche meritatamente, vi spiego perché.
La canzone della Mannoia parla della vita, “per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta/ per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta”, dice. E lei è superba, interpreta ogni parola caricandola di una potenza che è però tutta da ascrivere alla sua grande capacità interpretativa. Il testo in realtà è più fragile e proprio nella sua essenza. La vita, dice, te la devi tenere stretta, la devi benedire. Ma, forse è proprio qui il problema: la vita così com’è per nessuno è perfetta e certo non vorremo che continuasse ad aspettarci, così com’è sempre la stessa. Nel testo manca un pezzo. Manca qualcosa, una spinta, una forza. Manca  l’idea di cosa sia quella vita vissuta davvero, posto che, a chi ha perso tutto oggi manca la forza per ripartire da zero, perché poi spesso chi ha perso tutto se l’è anche dimenticato cosa sia quel “vivere davvero”. L’interpretazione è perfetta seria, intellettuale, impegnata. Ma ti presenta una vita ferma, come lo è la perfezione.
Gabbani invece ha presentato un testo feroce. Espone al contrario l’altra faccia della vita, e fa una lista chiara e forte di tutti gli aspetti negativi. “Essere o dover essere, il dubbio amletico”, cioè, siamo incapaci di essere, perché dobbiamo essere (cosa e chi, sappiamo chi ce lo suggerisce); siamo chiusi in una gabbia due per tre (le nostre camere? Gli uffici?), di sicuro spazi limitati, nei quali l’uomo rinchiude la sua parte animale, istintiva, naturale. La rinnega, eppure siamo anche quella che, forse, non è affatto la nostra parte peggiore. “Soci onorari del gruppo dei selfisti anonimi”, ovvero malati di un narcisismo che sta superando ogni limite, e riempiamo i social con le nostre belle facce per ogni smorfia che sappiamo fare. E poi c’è il profumo, ovviamente Chanel, che serve proprio a metterci in salvo dall’odore dei nostri simili. Poi la definizione del web: coca per i popoli, oppio per i poveri. E a fare da sfondo, c’è la consapevolezza, che abbiamo più o meno tutti, che le cose così non vanno, che la vita non è affatto perfetta, e cosa facciamo? Ci rifugiamo nelle dottrine orientali, rinnegando così anche le radici della nostra cultura: “tutto scorre, panta rei” e andiamo a lezioni di Nirvana e alé cioè… Namastè; quest’accozzaglia culturale è poi tutta anticipata e sintetizzata nel titolo Occidentali’s Karma: una parola italiana, il genitivo sassone dalla grammatica inglese e karma, una parola indiana.
Ma la vera forza di questa canzone è la capacità di dire cose pesanti, facendole veicolare con l’energia della musica e l’ironia dell’interpretazione. Non ti lascia depresso e annichilito a pensare sul divano. Questa canzone ti fa alzare e il suo ritmo ti smuove, ti (ri)mette in piedi: la scimmia si rialza, dice, come già fece nella sua evoluzione quando si mise in posizione eretta per la prima volta e cominciò il cammino per diventare umana… e questa forse è ancora una speranza.

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Incontro con l’autore

 1 marzo 2017, ore 18.30, Villa Ronzani, Gruaro (VE)

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Alberto Garlini

presenta per la prima volta il suo ultimo libro, un giallo che vede come protagonista Saul Lovisoni … nella Bassa Parmigiana tutti lo conoscono: di famiglia ricchissima, una laurea a Harvard in Diritto internazionale, per anni ha fatto il poliziotto. Dopo aver risolto brillantemente alcuni casi, ha scritto un romanzo giallo da un milione di copie, un successo che gli ha portato solo guai… per esempio gli ha fatto perdere il grande amore della sua vita. Ora è un investigatore privato d’eccezione, capace di ricostruire con precisione e sensibilità il romanzo esistenziale che ha condotto a un delitto. Ed è ciò che fa quando una delle famiglie più in vista della città denuncia la scomparsa di Bernardo, quarantenne innocuo, succube prima del padre e poi di due sorelle molto volitive. Cosa c’entra la sua sparizione improvvisa con la morte misteriosa di un bambino e una speculazione edilizia che la famiglia sta per intraprendere? Saul, affiancato da Margherita, assistente stramba ma assai perspicace, ha intenzione di scoprirlo al più presto.

note sull’autore

Alberto Garlini è nato a Parma nel 1969 è scrittore e poeta italiano, curatore del festival letterario Pordenonelegge.it.

Ha pubblicato opere di poesia e narrativa, alcune delle quali tradotte anche in Paesi Bassi e Francia.

Opere:

  • Una timida santità, Sironi Editore, 2002
  • Fútbol Bailado, Sironi, 2004 e Christian Bourgois, 2008 (in lingua francese)
  • Tutto il mondo ha voglia di ballare, Mondadori, 2007
  • La legge dell’odio, Einaudi Stile Libero, 2012 tradotto in: De Bezige Bij (in lingua olandese) e  “Les noirs et les rouges” (in lingua francese)  ed. Gallimard.
  • Piani di Vita, Marsilio, 2015;
  • Il Fratello Unico, ed. Mondadori, 2017.


La gioia di vivere, 1905- Matisse

La gioia di vivere, 1905- Matisse

E’ una delle parole più belle che ci siano. Già il solo pronunciarla ti cambia l’umore. Innanzitutto ti riempie la bocca; come un cibo ricco e appagante ti nutre di sé stessa e infine ti lascia con quel dittongo “ia” che ti obbliga a sorridere. La parola è uscita dalle tue labbra ma ti è rimasto dentro tutto il nutrimento, il suo concetto, che si manifesta nel sorriso.

Cos’è la gioia?

E’ uno stato d’animo in qualche modo imparentato con la felicità. Ma non è mai effimera, ha sempre una certa durata e la riconosci perché produce un piacere intenso al corpo e alla mente. La senti espandersi dentro, dal cuore raggiunge le estremità più lontane e non solo del tuo corpo, hai la sensazione infatti di essere più grande, anzi enorme e di inondare l’etere con la tua essenza. Quando sei pervaso dalla gioia non riesci a stare fermo e devi, correre, saltare, abbracciare e condividere quello che provi con chi ti è accanto. Le labbra non c’è verso che restino chiuse, si aprono eccome, in un largo sorriso che coinvolge tutto il viso, e, chi guarda dall’esterno spesso nota che : “ ti ridono anche le orecchie!” Ed è vero, è proprio così. E poi sei più bello/a, più simpatica e hai una luce speciale che ti circonda, che coinvolge e contagia tutti. Nella gioia diventiamo fabbriche potentissime di adrenalina, noradrenalina, beta-endorfina e l’encefalina, ma anche di ossitocina e vasopressina. Che potenza questa gioia! Un sentimento veramente eccezionale, capace di alleggerire all’improvviso tutti i pesi che portiamo…almeno per un po’.  Ma cosa fa scatenare in noi tanta potenza?

Tu, quando provi gioia?

Marianna Maior

letture consigliate:

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__la-rivoluzione-del-cervello-libro.php?pn=5772

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__ricette-per-la-gioia-libro.php?pn=5772


 


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Madre Terra (autore sconosciuto, anche per la foto)

“Vita” è la prima parola per una questione logica. “Vita” è l’energia che anima ogni corpo vivente, animale, vegetale e minerale. Tutto vive. Tutto pulsa, tutto è in costante movimento: tutto è vita. Se in me non ci fosse vita io non potrei scrivere qui davanti al mio pc. Senza la vita in realtà, non ci sarebbe proprio niente da scrivere, da dire, da vedere… Nulla di cui parlare, nulla da pensare. Vita  è la conditio sine qua non.

Siamo vivi e quindi respiriamo, mangiamo, beviamo… innanzitutto per vivere. Poi scriviamo, amiamo, corriamo, camminiamo, viaggiamo, cantiamo … per dare un colore alla vita che altrimenti sarebbe apatia o movimento senza senso.
Perchè vita? Perchè è azione, forza, fluidità, morbidezza, pienezza, contro l’inerzia, l’immobilità, la rigidità. Contro la morte.

Tuttavia non è così semplice: una definizione che stabilisca cosa sia la vita non è stata ancora trovata e nessuno, né scienziato , né filosofo, ad oggi, è stato capace di dirci davvero cosa sia. Forse basterà pensare che è un’energia di cui non conosciamo né l’origine, né la fine, né il perchè. Già. Perché viviamo? Perché siamo qui in questi corpi, fatti in questo modo insieme ad altri animali fatti in modi diversi? Perché siamo circondati da piante, sassi e rocce e terra e aria e acqua? Perché viviamo sospesi, attaccati a una sfera in mezzo allo spazio infinito? Ma chi ha detto che è infinito, poi? E se fossimo solo noi talmente piccoli da non vederne i limiti?

La vita è la forza più potente e più sconosciuta. La vita è il mistero più grande con cui l’uomo deve vivere. Eppur vi gioca senza timore alcuno fino a modificarla e distruggerla.
Eppur, la vita è tutto quello che abbiamo. E vivere è forse l’unico modo per scoprirne il senso o forse ne è il senso stesso.
Di certo, la vita è il punto di partenza di ogni cosa e anch’io l’ho scelta come prima parola.
Quindi, innanzitutto: vita!

Marianna Maior ©

Letture consigliate:

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__l-anno-migliore-della-tua-vita.php?pn=5772

http://www.lescienze.it/news/2013/12/07/news/definizione_vita_non_soddisfacente_non_esiste-1920964/

https://it.wikipedia.org/wiki/Vita

la parola di Marianna Maior

La Parola f.to di Marianna Maior

Non è facile scegliere la prima parola da far cadere nel web, la prima che metta in vibrazione ogni singolo filo della rete. Ci ho pensato un po’ e subito alcune candidate si sono messe in fila, ciascuna convinta di essere quella giusta. Io le ho guardate attentamente e ascoltate con attenzione, e ho cercato di immaginarle in questo momento storico che la mia mente si rappresenta come un uragano violento, azionato dalla follia religiosa, dall’incapacità politica, dalla superficialità sociale, dall’avidità, dall’ignavia e da tanti altri comportamenti umani purtroppo in sintonia con questi appena citati. Un uragano è quella cosa che stravolge tutto, distrugge case, strade, addirittura modifica il corso dei fiumi e il profilo delle coste. Ma Alan Turing, in un saggio del 1950, scriveva: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» (Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950), poi qualcuno modificò il concetto rendendolo più poetico e forse più efficace, dicendo che “il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un uragano in Texas”, il famoso effetto farfalla. Quindi, eventi all’apparenza insignificanti e privi di valore sarebbero invece la causa di grandi conseguenze. Se questo è vero, come credo, se un battito d’ali può causare un uragano allora deve essere anche vero che una parola ha il potere di fermarlo.
Bene, allora quale parola per iniziare? Mi sa che ho reso la scelta ancor più difficile, a volte le premesse non aiutano. Il primo suono-parola è quello portante e, come le fondamenta di un edificio, segna già il profilo della costruzione sul quale si erige poi tutto il progetto; su di essa si azioneranno tutti gli altri suoni e dovranno essere in sintonia e risuonare armonicamente per poter creare e sorreggere la creazione stessa. A quale parola potrei affidare tutta questa responsabilità?…

Ecco ce l’ho, è la parola Vita.

Vi spiegherò perché nel prossimo post.
Nel frattempo se avete consigli o parole da suggerire son qui! A presto


Rieccomi qua, a parlare con me stessa.

Hopaperboy1 passato un paio d’ore a sfogliare i quotidiani locali e come spesso mi accade, una riflessione mi accompagna proprio mentre giro l’ultima pagina e mi trovo faccia a faccia con la pubblicità di turno: perché i giornali locali riportano i morti degli incidenti stradali o domestici? Perché è una notizia, mi direbbe qualcuno, perché alla gente interessa sapere chi muore, ricalcherebbe qualcun altro. I più sofisticati mi direbbero che la cronaca nera fa notizia, che c’è un certo spiccato interesse della popolazione verso questi eventi. Che i giornali vendono di più quando muore qualcuno, anche se è preferibile, per le vendite si intende, che ci sia un assassino. Ma allora, lasciando stare i morti ammazzati da qualcuno, se è notizia uno che muore sulla strada perché non lo è altrettanto uno che muore in ospedale? Quante persone muoiono in ospedale ogni giorno? Sono morti diverse? Che differenza c’è tra uno che perde la vita sull’asfalto e uno che la perde dopo una malattia, o semplicemente dopo aver vissuto tutta la sua vita? Noi lettori facciamo questa differenza? Lo so, sono io che non capisco, del resto scrivo per questo, per chiarirmi le idee. Ma confesso che non mi è facile. Mi lascia molto perplessa questa disparità di trattamento. La morte non ci rende tutti uguali come suggeriva la famosa poesia di Totò “La livella”? Ma ancor di più non capisco perché non facciano notizia: le guarigioni di tutte le persone salvate dai medici (mentre se per caso muore qualcuno sotto i ferri titoli a tutta pagina), le storie di chi sconfigge il cancro (che darebbero speranza e forza a chi si trova a combattere la stessa battaglia), la nascita di nuove creature (considerato soprattutto il tasso di natalità in Italia!) o semplicemente i gesti di solidarietà e amicizia. Perché la morte fa notizia e la vita no? Perché non si considera il fatto che la gente è già messa a dura prova dalla quotidianità, che la depressione è una malattia molto diffusa e grave, senza parlare dell’ansia e degli attacchi di panico che colpiscono sempre più persone? Il malessere in tutte le sue declinazioni è fortemente alimentato dalla follia dei terroristi, dalla politica amorale e parassita, dalla paura di ladri, rapinatori e stupratori, da quella parte di industria che saccheggia il pianeta e avvelena i suoi abitanti e chi più ne ha più ne metta. Sembra che il mondo sia popolato solo da schiere di pazzi che si comportano senza ritegno e come se non ci fosse un futuro. Ecco, credo sia questo il punto: dal futuro sono nutrite tutte le nostre speranze e quando lo vedi nero o non lo vedi proprio il male di vivere prende il sopravvento. I giornali ignorano questo fatto o forse pensano che due pagine di sport bastino a pareggiare il conto? E poi c’è lo stile. Anzi non c’è affatto. Un aggettivo che leggo spesso per descrivere gli incidenti stradali mortali o gravi è “spettacolare”. Se la morte di qualcuno è definita “spettacolare”, vuol dire che fa spettacolo, quindi, se fa spettacolo è uno strumento per intrattenere la gente. Ecco…non mi pare l’aggettivo più adatto, a meno che non ci sia dell’altro che mi sfugge.

Penso che siamo bombardati continuamente da notizie di morte, di terrore, di povertà, di inquinamento, di violenza. Mentre mancano totalmente notizie che nutrano la voglia di vivere, non ci sono fari che illuminano il domani, che aiutino le persone a proiettarsi nel futuro, a sognare la propria vita nel lungo periodo per vivere il presente con più leggerezza. Nelle news di tutti i giorni la gioia di vivere è la grande assente, la morte la fa da padrona… e poi si lamentano che le vendite sono in calo…

Marianna Maiorino

Immagine-2E’ notizia recente di questi giorni che una sentenza del Tribunale di Palermo abbia assolto un ex dirigente dell’Agenzia delle entrate, un simpatico sessantacinquenne che aveva l’abitudine di palpeggiare il sedere delle sue impiegate, infilare le dita tra i bottoni delle loro camicette, all’altezza del seno e di farle scivolare anche in mezzo alle cosce, nella zona vaginale. Assolto dicevamo. Assolto perché quei gesti “non procuravano appagamento sessuale” all’uomo e “perché non limitavano la libertà sessuale delle due donne”. L’uomo lo faceva in modo scherzoso, quindi per il giudice, quei gesti sono stati considerati “privi di connotati sessuali”. Già. Uno, che può mettere le mani in tanti posti, chissà perché invece sceglie proprio le tette, il culo e la vagina. Ma non si può nemmeno scherzare ora? In questo paese mi pare si stia perdendo il senso dell’umorismo! Non sono comportamenti molesti. Affatto! E’ risaputo, alle donne piace sempre da morire, quando un uomo, chiunque esso sia, come e quando vuole lui e solo lui, palpeggi e giochi con il loro corpo. Un paio di giorni fa infatti ne sono morte tre in 24 ore: dal ridere suppongo.

Sarcasmo a parte, stiamo scavando il fondo oltre ogni limite. Dall’inizio dell’anno, e siamo solo il 4 febbraio, sono già morte 10 donne. Come è possibile? Il fatto è che esistono ancora uomini che considerano la donna un oggetto, una proprietà di cui possono disporre a loro piacimento. La donna non ha, nel loro immaginario malato, il diritto di dire no. Ma come si può essere ancora a questo punto? Come è possibile che la mentalità maschilista medioevale continui a vivere in (alcuni) uomini della nostra epoca? Non è che, forse, a questi uomini vengano concesse troppo spesso, troppe scusanti e giustificazioni? Non è che forse i comportamenti di questi uomini non siano mai definiti per quello che sono e loro mai etichettati per quello che fanno. Chi palpa il culo, le tette e infila le mani tra le cosce di una che non gradisce affatto, al punto da trascinarlo in tribunale, dovrebbe essere considerato un porco. Punto e basta. Non un immaturo. Non dovrebbe avere alcuna attenuante e giustificazione. Oggi invece abbiamo addirittura un’assoluzione giudiziale. Che altro non è che un punto a favore di quegli uomini che ancora si prendono un sacco di libertà nei confronti delle donne. E alcuni, non si fermano alla toccatina libidinosa ma continuano, insistono e a volte i loro comportamenti degenerano.

Allora, signor giudice, se una donna non avesse lo stesso senso dell’humor di alcuni uomini e non volesse le dita di un uomo tra i seni, come dovrebbe fare? Se una donna non volesse le mani di un uomo sul culo, come dovrebbe fare? Se una donna non gradisse le mani di quell’uomo tra le cosce, come dovrebbe fare?

Quale messaggio pensa che arrivi grazie a questa sentenza a tutti quegli uomini che credono ancora di poter disporre a loro piacimento delle donne? Quale messaggio pensa che arrivi a quelle donne che non osano denunciare i soprusi che subiscono, per paura di non essere prese sul serio?

Possibile che la dignità delle donne, il rispetto del loro corpo e della loro persona siano così difficili da accettare e affermare?

Marianna Maiorino

Ps. Dimenticavo, una donna a Latina è stata rinviata a giudizio per maltrattamenti al marito e rischia da 2 a 6 anni di reclusione perché non lavava, non stirava né cucinava per bene al marito. Che dire, il varco spazio temporale deve essere stato scoperto: Ben tornati nel medioevo!

Per fortuna mio marito ha comprato il libro prima di ascoltare la presentazione! Il 3 giugno infatti ero andata alla presentazione del libro di Telese, “Gioventù, amore e rabbia”, ne ho scritto anche un pezzo che trovate nel blog. Ma quella sera, se avessi atteso la fine del confronto io non avrei mai comprato il libro, mio marito invece che temeva nella fila decise di sbrigare immediatamente la pratica e lo comprò così a scatola chiusa. Per fortuna!

Innanzitutto è un libro scritto bene, le frasi si susseguono rapide, il linguaggio è equilibrato e la lingua italiana è usata con eleganza e sobrietà. Il racconto è intenso, anche se più volte leggendolo mi son ritrovata a pensare ai “Ragazzi della via Pàl”, ma non vuol essere una critica. Il libro di Telese, giornalista del Fatto, commuove e fa incazzare. Se hai non più di quarant’anni con molta probabilità ti rivedi e, purtroppo, trovi in quelle storie anche la tua e ti scappa quel pensiero: “Allora è così anche per altri!”. Già “per altri” e quelle due parole per un attimo fungono da consolazione come nel detto “mal comune mezzo gaudio”. Certo esistono anche i privilegiati, quelli con un cognome che funge da passepartout e anche quelli che il mondo hanno capito subito come gira e si sono adeguati a quel meccanismo spudorato facendo buon viso a cattivo gioco. Ma, escluse le due ultime categorie molto esigue peraltro, “gli altri” son tutti nel calderone senza grandi differenze: sono i precari, i cassaintegrati o comunque gli sfruttati da qualcuno che si arroga il diritto di abusare della propria forza economica e politica.

Telese, racconta molto bene la storia di queste categorie, le sue parole suonano sentite, proprio come qualcuno che c’è passato. Racconta i suoi inizi, le sue delusioni arrivando addirittura a scrivere “ Se sono diventato giornalista io, che ho iniziato così, può davvero diventarlo chiunque”. Ma qui sospetti che, forse, nel racconto della sua storia personale manchino dei pezzi fondamentali. A parte questo, la descrizione della moltitudine è veramente ben rappresentata mentre la storia dell’autore funge solo da scenografia dove in realtà si muovono altri personaggi. Lucilla Calabria, la giornalista Maria Teresa, Ascanio Celestini, gli operai dello stabilimento di Porto Torres, Maria operaia della Fiat. Tutti vittime del famigerato sistema Italia insieme ai ragazzi dei centri sociali che “non sono partigiani come sognano, non sono eroi come pensano e non sono nemmeno demoni come li dipingono….Sono quello che bisogna capire, se si vuole impedire che l’Italia diventi un nuovo campo di battaglia”.

In conclusione è un libro che consiglio: leggetelo.