
“In foto i bossoli dei mortai usati durante l’assedio di Sarajevo. Si trovano maggiormente sulle colline, mi hanno detto. Oggi li trovate nei negozi della città perché ci sono giovani artisti che lavorano i metalli, che li raccolgono e decorano. Trasformano contenitori di morte in contenitori di fiori, di vita. Cercano di trasformare quanto resta a testimoniare l’orrore nella speranza di trasformare anche il loro dolore in qualcosa di più accettabile. Forse è l’unico modo per loro di rielaborare l’orrore. Del resto, come si può vivere dopo aver subito tanta ferocia? Come si può continuare ad avere fiducia negli esseri umani dopo tutto quanto si è visto e vissuto?
Di certo, in tutto quello squallore umano che la guerra nei Balcani (ma non solo quella) ha fatto emergere, i cecchini ne sono una delle massime espressioni. I bastardi di Sarajevo, come li ha ben definiti il giornalista e scrittore Luca Leone già nel titolo del suo romanzo, oltre ad uccidere persone inermi e indifese mentre camminavano o erano nelle proprie abitazioni, impedivano anche agli altri di soccorrere i feriti. La loro tattica era infatti quella di sparare, colpire, ma senza uccidere al primo colpo. Perché? Perché sapevano che sarebbero arrivati i soccorsi e avrebbero avuto più bersagli. In questo modo le persone hanno dovuto rinunciare a soccorrere amici, parenti o semplicemente estranei a terra colpiti, bisognosi di aiuto.
Una delle peggiori specie di essere umano è il cecchino, bastardo che colpisce gente disarmata e indifesa, che cerca di vivere a casa propria, nella propria città. Il cecchino tratta l’essere umano come “animale a due gambe”. Sarà un caso la maggior parte di loro sono cacciatori?
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